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'M' come…MEMORIA

Oggi la parola memoria evoca immediatamente la capacità dei nostri dispositivi elettronici di contenere dati, e tende ad associarsi a varie sigle (byte, Kb, Mb, Giga,Tb) non più misteriose per nessuno, che parlano di una quantità inimmaginabile di informazioni concentrate in uno spazio … ugualmente inimmaginabile.

In alternativa utilizziamo il termine per indicare una funzione mentale, quella appunto che ci consente di conservare e di recuperare immagini, concetti, esperienze, e di cui magari lamentiamo l’inevitabile deterioramento legato al progredire dell’età.

In entrambi i casi è in primo piano l’elemento “quantitativo”: della memoria si valutano soprattutto l’efficienza e la funzionalità. Appare sempre più sfumato il significato esistenziale di questa parola: la memoria come capacità di conservare un rapporto durevole e significativo con il passato, e di servirsene per interpretare il presente e per orientarsi riguardo al futuro. La memoria come filo conduttore, insomma. Mentre è aumentata in modo esponenziale la quantità di informazioni accessibili, insieme con la velocità della loro elaborazione, la memoria vivente – sul piano personale e collettivo - sembra soggetta ad atrofia. E mentre ci affidiamo con sempre maggiore frequenza a supporti tecnologici per immagazzinare qualsiasi cosa (numeri, testi, materiali, immagini, registrazioni …), che cosa effettivamente siamo ancora capaci di ricordare?

Non mancano le analisi per individuare le cause di questo fenomeno: volta a volta esse vengono indicate nella polemica contro la tradizione, che ha avvolto il passato in un generico alone di sospetto; nell’estrema rapidità dei cambiamenti, che impegna tutte le energie nell’adattamento al nuovo; nella rottura del dialogo fra le generazioni, che rende difficilmente trasmissibile dai padri ai figli il sapere intorno alla vita consolidato con l’esperienza; nella “simultaneità” delle comunicazioni, ormai possibili ovunque in tempo reale ; e si potrebbe proseguire a lungo.

Chiediamoci piuttosto: che cosa comporta per la nostra vita questa perdita di memoria? Il rischio più rilevante è quello che la continuità si dissolva e l’esistenza sia ridotta a un susseguirsi di frammenti. Dispersi in una molteplicità virtualmente infinita di stimoli ed esperienze, tutto si gioca e si risolve nel presente immediato, in un brevissimo qui-ed-ora di cui l’istante successivo non conserva quasi traccia. E tornano alla memoria (appunto!) le parole del saggio: “Nel tempo della prosperità si dimentica la sventura; nel tempo della sventura non si ricorda la prosperità” (Sir 11,25).

Dimentichiamo gli eventi esterni o interiori che costituiscono la trama della nostra storia; dimentichiamo gli inizi di una direzione data alla vita; dimentichiamo le ragioni forti e convincenti che ci hanno portato a certe scelte. Eppure una dimensione centrale della persona è proprio la capacità di ricordare, anzi la capacità di avere di sé buona memoria espressa in una narrazione compiuta e dotata di senso. E quanto si dice per il singolo vale, negli stessi termini, per i gruppi sociali, per le comunità, per i popoli. La memoria è una componente fondamentale dell’identità: senza di essa, la coscienza di sé si indebolisce. Il rischio, tutt’altro che remoto, è di non sapere più chi siamo.

Possiamo dunque sentire rivolto a noi l’invito del Deuteronomio: “Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani. Interroga tuo padre e te lo farà sapere …”.

La memoria – sottolinea continuamente la Scrittura - è anche dimensione essenziale del rapporto con Dio, che spesso troviamo indicato come Colui che ricorda, che non dimentica la sua promessa, la sua fedeltà, al contrario dell’uomo che continua a dimostrare la sua spiccata attitudine alla smemoratezza ed ha bisogno di essere spesso invitato a ricordare. Forse per questo Gesù ha affidato a un gesto così quotidiano, a un segno così povero ed essenziale la continuità della sua presenza fra noi e del suo donarsi: “Fate questo in memoria di me”.

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Ultima modifica ilLunedì, 14 Aprile 2014 09:32
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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