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La Nona ammonizione di S.Francesco

Ammonizione 9: AMARE I NEMICI

Dice il Signore: «Amate i vostri nemici [e fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano]». Infatti, veramente ama il suo nemico colui che non si duole per l'ingiuria che quegli gli fa, ma brucia nel suo intimo, per l'amore di Dio, a motivo del peccato dell'anima di lui. E gli dimostri con le opere il suo amore.

Nelle precedenti ammonizioni Francesco si era occupato delle due categorie di uomini il cui stile di vita era di fatto contrassegnato da uno spirito di rivalità. Senza forse saperlo, il superbo e l'invidioso sono uomini in guerra contro tutti, perché agitati da un desiderio spasmodico di difendere il loro posto in alto o perché arrabbiati di non averlo potuto ottenere; ed è chiaro che questi uomini, abbandonato uno stile di fratelli, percepiscono tutti gli altri come concorrenti, rivali e avversari. Nella presente ammonizione il Santo, smette di dialogare con questi fratelli e si rivolge a coloro che invece "subiscono" quella presenza violenta e arrabbiata. E cosa chiede loro Francesco? Appoggiandosi al paradosso dell'amore ai nemici, egli propone ai suoi frati il punto di vista evangelico, ribaltato e pazzo secondo la logica normale, per affrontare e "risolvere" le relazioni rotte dallo spirito di divisione. E invece che suggerire come difendersi dai nemici o come bloccarli nella loro azione, Francesco offre ai suoi "la soluzione" per renderli capaci di recuperare il nemico, cioè trasformare la sua aggressività e rivalità in una rinnovata relazione fraterna.

Tre sono i verbi regalati al suo uditorio per affrontare la difficile e dolorosa questione dall'inimicizia e dalla rivalità: non dolersi dell'ingiuria, ma bruciare nell'intimo per lui, e, infine, compiere opere mosse dall'amore. Il metodo proposto dal Santo ha di fatto due versanti. Innanzitutto Francesco chiede al fratello di scrutare il proprio cuore per comprendere quali siano le risonanze da lui provate di fronte all'attacco violento subito dal fratello divenuto nemico. Prima di adottare qualsiasi strategia per superare quella situazione violenta, egli deve capire quale grado di sofferenza sta vivendo per la ferita subita; se grandi sono il dolore e la rabbia, deve aspettare fino a sentire che non "si duole più per l'ingiuria che quegli gli fa".

Ma come è possibile giungere a ciò? Forse che Francesco chiede una specie di stoicismo o fachirismo nella sofferenza, o pensa ad un frate Rambo indifferente al dolore arrecato dall'offesa? La risposta è posta nel secondo verbo, strettamente legato al precedente: per non dolersi dell'ingiuria occorre vivere "nell'intimo" la passione (che nasce dall'amore di Dio) per la sofferenza che attanaglia innanzitutto il suo fratello-rivale: il suo "peccato", che lo ha trasformato in nemico, sta portando alla morte la "sua anima". Insomma, per non soffrire per l'ingiuria subita, occorre sentire nell'intimo che quel "fratello-nemico" è di fatto un "fratello-malato". La superbia e l'invidia che lo domina sono la sua malattia che lo costringe ad una vita violenta e incapace di relazioni buone. Egli è schiavo di se stesso, e sta uccidendo la sua stessa anima, la sua stessa identità di uomo e di fratello. Il suo peccato è la sua malattia. Tale intima consapevolezza è l'unico presupposto perché il fratello non sia infettato dall'inimicizia e sia capace di "amore" nell'intimo. Un medico che vive la rabbia per la malattia del malato non potrà essere un buon medico; egli, per intervenire sulle ferite del malato ha bisogno di vivere la passione per l'altro soffrendo per la sua sofferenza e forte del desiderio di guarire e recuperare il fratello. Senza questi presupposti è impossibile amare i nemici, cioè operare in modo tale che essi ritornino ad essere fratelli.

E con questo si è inseriti nel secondo versante dei tre suggerimenti offerti da Francesco ai suoi frati: "ed egli dimostri con le opere il suo amore". E' interessante la strategia educativa impiegata da Francesco. Due terzi del suo impegno formativo in questa ammonizione è dedicato ad aiutare i frati ad avere un buona conoscenza di se stessi, per sapere bene cioè cosa alberga nel loro cuore. Il terzo finale della breve ammonizione è dedicato, invece, a specificare cosa fare in concreto agli altri. E la proposta è assolutamente generale e in qualche modo deludente, senza offrire nessun preciso suggerimento. Si limita soltanto a ricordare che l'unica cosa che può cambiare il cuore del fratello-nemico-malato è la notizia dell'amore che si nutre nei suoi confronti, cioè del dolore che si prova non per la ferita ricevuta ma per la situazione di povertà e morte in cui egli si trova. E questa notizia può giungere alle sue orecchie solo se la vede incarnata nelle opere, in scelte concrete e coraggiose che proclamino nella visibilità della carne i sentimenti "appassionati" del fratello-medico. Tale notizia è l'olio di misericordia che unico può guarire il malato. Dunque il metodo concreto, le strategie specifiche sono lasciate da Francesco completamente al giudizio del singolo, che dovrà comprendere quale siano le opere giuste (l'olio che salva) da compiere per il recupero del fratello-malato. E il fratello-medico che soffre per la sofferenza dell'altro in balia di se stesso ha una lucidità e una intelligenza speciale nel sapere quando e come e dove utilizzare questo olio così costoso ma anche così efficace.

A pensarci bene, l'amore ai nemici non è un principio che risponde ad un buonismo disincarnato e ad un moralismo da punti paradiso. Esso invece è la vera soluzione per poter liberarsi dalla paura e vivere una vita di "famiglia". Vivere la propria vita dietro le barricate per difendersi, o riuscire a bloccare dentro sbarre di ferro il nemico, costituiscono soluzioni in cui di fatto regna ancora la paura che nasce dalla violenza. Le strategie di pace chiedono sempre vie più lunghe e incerte, ma sono le uniche che liberano il cuore dall'ansia della presenza dell'altro e riconsegnano la gioia della vicinanza del fratello.

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Ultima modifica ilDomenica, 12 Gennaio 2014 18:18
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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