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'P' come… PECCATO e PERDONO

Questa volta a suggerire qualche riflessione è una coppia di parole, collegate fra loro ma con un destino alquanto diverso.

La prima parola si è banalizzata, perdendo il suo senso e diventando quasi un intercalare da slogan pubblicitario: “il peccato è non approfittarne”; “peccato non averci pensato!”; “oh, che peccato!”.

Così anziché indicare la possibilità più drammatica della nostra libertà (quella di chiudersi al rapporto con Dio sommo Bene e di volersi arbitra e padrona di sé), la parola peccato dice ormai solo l’occasione mancata. D’altronde è comprensibile: per pronunciare con cognizione questa parola, occorre dirla davanti a qualcuno: “Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto”, così il re Davide nel salmo 50 si accusa davanti a Dio dopo l’adulterio e l’omicidio.

Se il cielo è vuoto non c’è più peccato. Restano naturalmente altre cose: la consapevolezza della violazione di una legge, o di una norma morale percepita come più o meno vincolante, e magari la paura della punizione; la coscienza dei propri limiti (ma nessuno di noi è tutto o capace di tutto); il senso di colpa (che però è una condizione psichica spesso assai indeterminata, connessa con il senso di non amabilità e di inadeguatezza).

Il senso del peccato è invece sempre molto preciso, legato alla coscienza di una responsabilità: “io ho posto responsabilmente questo atto”.

Non è un caso che le persone più acutamente consapevoli del proprio peccato siano i santi: “vilissimo vermine e disutile servo”, diceva di se stesso Francesco d’Assisi. Coloro che hanno intuito la santità di Dio vedono con lucidità il male presente in sé e la lotta che l’uomo nuovo – che cresce in noi ad opera della grazia –deve sostenere fino all’ultimo istante della vita con l’uomo vecchio.

La seconda parola soffre a causa di un uso eccessivo e improprio, che rischia di fare del perdono qualcosa di semplice e immediato: facile da chiedere (richieste di perdono, opportunamente amplificate dai media, arrivano subito dopo delitti efferati) e apparentemente facile da dare (tanto che la domanda “è disposto a perdonare?” viene posta con disinvoltura in riferimento a qualsiasi danno o torto.

Ma non è così: il perdono è sempre a caro prezzo.

Sul piano dei rapporti interpersonali esso richiede una convinzione incrollabile: che il rapporto vale più di qualsiasi cosa (evento o azione) possa averlo incrinato. Così perdonare qualcuno è di fatto dirgli: “ci tengo tanto a rimanere nel rapporto con te che qualsiasi cosa tu possa aver fatto è meno importante”. Per poterlo dire con verità occorre aver fatto in prima persona questa esperienza: di sentirsi perdonati e accolti e mantenuti in un rapporto malgrado tutti i nostri errori. Esperienza precocissima e indispensabile per il bambino; ma pure esperienza rigenerante in ogni età della vita.

E dunque anche del perdono finiamo per dire la stessa cosa: per sentirsi perdonati occorre qualcuno che ci perdoni. Se il cielo è vuoto, non c’è più perdono e ciascuno resta inesorabilmente consegnato al labirinto dei suoi limiti e delle sue inadempienze.

“La coscienza di essere peccatori implica lo sguardo amoroso di una Presenza … l’uomo che non conosce il peccato non sa cosa vuol dire perdono, non sa cosa vuol dire essere perdonato” (Luigi Giussani). Forse per questo Gesù nel Padre nostro ha suggerito questa invocazione: “Perdona a noi i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo a coloro che ci hanno offeso”: Signore, fa’ che sperimentiamo l’abbraccio della tua misericordia sul nostro peccato per poter ri-abbracciare, dopo ogni lacerazione, i nostri fratelli.

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Ultima modifica ilLunedì, 12 Maggio 2014 00:06
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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