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Non abbiamo che 5 pani e 2 pesci

Domenica 2 Giugno (Corpus Domini)

Luca 9, 11-17

Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». ... Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Gesù, i discepoli, la folla "affamata": forse in nessun'altra scena evangelica vediamo contrapposte in modo così netto la logica del Regno e la logica del mondo, incarnate rispettivamente da Gesù, con la sua conoscenza profonda dell'animo umano e dai discepoli. Come reagiranno i discepoli di fronte alle necessità della folla? Perché non si chiedono: "Ma di che cosa essa ha veramente fame? Siamo proprio sicuri che tutta quella gente non vedesse l'ora di tornare a casa e non volesse, invece, stare soprattutto con Gesù? Questo desiderio è così grande che le persone sembreranno dimenticarsi, non solo di andare a mangiare, ma addirittura di tornare casa. Siamo al tramonto eppure sembra che tutti abbiano già capito che la casa e il cibo sono Gesù stesso. Questa folla vive già non di solo pane! I discepoli però, leggono la situazione alla luce del cosiddetto "buon senso" e la interpretano come una emergenza che li spiazza e li spaventa. E allora cosa fanno? Si disimpegnano come possono. Infatti "sbolognano" la folla e vorrebbero lasciarla al suo destino. Il luogo, dove si trovano non è un deserto? Non per questo si chiedono: "Come farà questa folla a trovare un alloggio e il cibo?". Mentre il loro maestro parla alle folle del Regno di Dio e si prende cura di loro, i discepoli non sembrano preoccuparsi più di tanto delle necessità di quella gente. Li lasciano alla mercé degli eventi, li lasciano in mano ai lupi. Non hanno ancora imparato a comportarsi come il buon pastore, che dà la vita per il suo gregge. E' allora che il Maestro rivolgendosi ai discepoli dice, «Voi stessi date loro da mangiare», dovete farvi carico di questa folla, studiare un piano, per essere creativi, per non scegliere la via più facile, ma sentirvi coinvolti in una unica avventura. Le sorti di quella folla, ci vuol far capire Gesù, sono anche le nostre perché siamo accomunati da un unico destino, siamo diventati un Noi. I discepoli, inaspettatamente, trovano "cinque pani e due pesci", ma si chiedono che cosa sia mai questo per tanta gente. Per loro è niente, ma si fa strada tra di essi una proposta risolutiva: «A meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». E' la nostra logica, quella dell'economia, la logica del mondo, l'unica che ci sembra in grado di risolvere i problemi. Gesù sta insegnando ai discepoli – ed anche a noi - che l'unico modo per uscire dalla crisi di risorse è condividere ciò che si ha. Se mettessimo in circolo la "moneta dell'amore", insieme ai nostri beni, sempre limitati, nessuno sarebbe più nel bisogno. L'economia si mette in moto perché compriamo o perché condividiamo? Ricorda che c'è più ricchezza in te di quanto tu pensi di avere: sono bastati cinque pani e due pesci per dare il via a una storia di abbondanza. Se aprissimo non tanto il nostro portafoglio, ma il nostro cuore a Dio e ai fratelli saremmo nella prosperità. Non sarà per mancanza di soldi che l'umanità perirà, ma per la nostra incapacità di condividere ciò che siamo e abbiamo. I miracoli, le cose meravigliose possono avvenire anche oggi, se facciamo nostri i gesti di Gesù, perché ancora oggi Egli prende nelle sue mani i cinque pani e quei due pesci per venirci incontro. E oltre al pane moltiplicato, dona il suo corpo e il suo sangue per la vita del mondo. Se imparassimo a condividere tra noi e a fidarci di Lui, da qui inizierebbero i miracoli. Alzare gli occhi al cielo, non vuol dire fidarsi di Dio? Affidare a Lui ciò che abbiamo e ciò che siamo? Mettiamo tutto nelle mani di Dio, e Lui non ci farà mancare niente. Compiamo, pure noi, il gesto della benedizione, ossia del ringraziare, per riconoscere che tutto ci è donato, che ciò che abbiamo nelle nostre mani non è nostro, ma che è di Dio. Spezzare il pane vuol dire condividere, vuol dire fare nostre le parole di Gesù: «prese il pane rese grazie lo donò ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiatene tutti questi è il mio corpo offerto in sacrificio per voi».
«Solo perché non hai visto qualcosa non vuol dire che ciò non esiste» ricorda sempre il bislacco professor Bomba a sua figlia Mary Katherine, nel suo tentativo di arginare il suo endemico e radicato scetticismo, invitandola a spingersi oltre i confini di un primo livello di realtà, quello manifesto, per affidarsi alla scoperta dell'esistenza di un altro, più piccolo, ma altrettanto vivace, misterioso e reale mondo. Parte da questa frase la fantastica avventura della giovane Mary Katherine, allorché si imbatte nell'incantato e microscopico mondo della natura. Quanta vita c'è nel bosco dietro la sua casa! E soprattutto, quanta vita "segreta" c'è intorno a noi! Il film "Epic" mostra l'eterna battaglia tra il bene e il male e mette a confronto due stili di vita: quello ricco d'amore di chi è in armonia con sé, gli altri e il creato e quello delle frustrazioni, delle invidie e di quell'insensata bramosia di potere, che sovrasta il mondo. Quando riusciamo a vedere la realtà al di là delle cose, quando scopriamo nelle realtà materiali il segno del Totalmente Altro, di qualche cosa di ulteriore, come dice il poeta Montale «perché tutte le immagini portano scritto: "più in là"!», allora comprendiamo il segno di quell'ulteriore altro. Quando andiamo "più in là" e rinunciamo a ridurre il tutto ad un solo insieme di protoni, elettroni e neutroni, riscopriamo quella parola che Montale diceva impossibile da chiedere ai poeti, ciò che essi non potevano più "squadrare", come avrebbe fatto un Dante o un Lucrezio. «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco ... Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Noi che cosa vogliamo? Noi che cosa siamo? Non riusciamo più a capirlo! Non è una invocazione quella di Montale? Le sue parole non celano forse un intimo desiderio di trovare quel "più in là"? Anche per noi nel nostro intimo c'è quel desiderio di afferrare "l'invisibile"? O deve essere quel "più in là" a cercare te? Gesù ha lasciato se stesso in un segno, "microscopico" e quotidiano! Riesci a vedere nel pane spezzato l'immagine che porta "più in là"?

Ultima modifica ilLunedì, 16 Settembre 2013 14:18
  • Citazione: Lc 9, 11-17
Don Umberto Cocconi

Assistente Spirituale dell' Università degli Studi di Parma
(sezione Campus).
Direttore del Collegio Giovanni XIII
Cappellano Volontario dell' Istituto Penitenziario di Parma
Presidente dell' Associazione Onlus San Cristoforo.

Sito web: www.cappellaunipr.it/



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