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Tu,chi dici che io sia?

Domenica 23 Giugno

Luca 9,18-24

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell'uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

Anche Gesù sembra non sfuggire alla logica del "che cosa pensa la gente di me?". E' un sondaggio d'opinione quello che sta facendo con i suoi discepoli? Forse, più semplicemente, Gesù desidera avere il polso della situazione, sapere l'impatto del suo ministero tra la folla, una sorta di feedback, come diciamo oggi, su come viene visto dagli altri. I discepoli riportano, allora, le immagini, le rappresentazioni che la gente si è fatta di Lui. Alcuni lo paragonano a Giovanni il Battista, forse per l'invito alla conversione; altri al profeta Elia, per le sue parole di fuoco che sembrano davvero annunciare l'era messianica; altri poi ancora lo considerano più in generale un profeta, un Isaia o Geremia redivivo. Nell'opinione pubblica si è dunque fatta strada l'idea che Gesù sia un profeta, un uomo di Dio. E se ponessimo alla gente del XXI secolo la domanda su chi sia Gesù, che risposte avremmo? «Dopo Gesù – scriveva la poetessa Alda Merini – qualcuno ha imparato a guardarsi negli occhi, a porsi delle domande, a vedere che l'altro non era solo una merce». Forse ieri come oggi non abbiamo colto l'unicità di Gesù, non abbiamo compreso chi sia veramente. Neppure Pietro, quando in prima persona risponderà: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio», riesce realmente a comprendere il modo in cui Gesù vive e vivrà la sua messianicità. Per Pietro affermare che Gesù è il Cristo di Dio vuol dire riconoscere la sua potenza, la sua grandezza, la sua gloria. Invece Gesù vivrà il suo essere "il Cristo di Dio" come "un povero Cristo", nella debolezza, nel nascondimento, nel rifiuto, nello scandalo della croce. Nell'evento della croce «si manifesta l'èros di Dio per noi. Eros è infatti quella forza che non permette all'amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge ad unirsi all'amato. Quale più folle èros di quello che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri delitti?» (Benedetto XVI).
Non finisce di stupirci questo Gesù che ancora una volta ci lascia liberi e ha il coraggio di dirci una verità scomoda, non allettante, non catturante, ma ardua, quasi assurda, una vera sfida al buon senso. «Se qualcuno vuole venire dietro a me...». Ci sarà mai qualcuno che vorrà andare dietro a Gesù, a queste condizioni sostanzialmente così dure? Ma soprattutto, che cosa vuol dirci Gesù con questo linguaggio paradossale? Che significa "rinnegare se stessi"? E prima ancora, perché rinnegare se stessi? Nietzsche a questo riguardo afferma: «Avete percorso il cammino dal verme all'uomo, e molto in voi ha ancora del verme. In passato foste scimmie, e ancor oggi l'uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia. Voglio forse che diventiate uno spettro o una pianta? Ecco, io vi insegno il superuomo! Il superuomo è il senso della terra. Dica la vostra volontà: sia il superuomo il senso della terra! Vi scongiuro fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze! Lo sappiano o no: costoro esercitano il veneficio». Non c'è dubbio che l'obiettivo principale della polemica di Nietzsche siano Gesù e il cristianesimo. Rinnegare se stessi allora, stando alle provocazioni del filosofo tedesco, sarebbe un'operazione autolesionista e rinunciataria. E se invece fosse il colpo di audacia più intelligente che possiamo realizzare nella vita? Gesù non ci chiede di rinnegare "ciò che siamo", ma ciò che "siamo diventati". "Rinnegare se stessi" non è dunque un'operazione per la morte, ma per la vita, per la bellezza e per la gioia. Ad esempio, non si è capaci di dire di "sì" all'altro, a partire dal proprio coniuge, se non si è capaci di dire dei "no" a se stessi. Lo stesso Umberto Galimberti parla a questo riguardo del fatto che l'amore per un'altra persona, se è vero amore, significa espropriazione della propria soggettività. L'amore non può essere ciò che passa attraverso la strumentalizzazione dell'altro, ma deve essere un'incondizionata consegna di sé all'alterità che incrina la nostra vanagloria, per aprirci a ciò che noi ancora non siamo. L'essenza dell'esistenza umana si trova soprattutto nel proprio autotrascendimento, ma in un senso diverso dal superuomo prefigurato da Nietzsche. Essere persona vuol dire essere sempre rivolti verso qualcosa o verso qualcuno, un oltrepassare se stessi per raggiungere chi ci sta di fronte. Dio ci sradica da noi stessi in vista di un futuro che va ben oltre noi stessi: l'infinito. Questo tema è costante e attraversa tutta la storia della salvezza, da Abramo che lascia la terra di Ur, ai patriarchi, all'esodo nel deserto e alle alleanze fatte da Dio con il suo popolo. Dio ci sradica e ci attrae verso un nuovo futuro, un futuro sconosciuto, che passa attraverso l'insicurezza della vita e l'accettazione della povertà come il luogo più adatto per giungere verso un "nuovo cielo e una nuova terra". Uscire da se stessi è proprio la spiritualità dell'Esodo. Afferma Benedetto XVI che l'amore tra le persone è un «esodo permanente dall'io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio». Il Dio cristiano è un Dio paradossale e scandaloso che si fa uomo e con questo compie la suprema fra le rinunzie, quella alla propria divinità. Gesù Cristo, il Verbo Incarnato, non soltanto è il "Dio con noi" e "l'uomo per Dio", ma è "l'uomo per gli altri uomini", ed egli, in questo archetipo "essere-per", svela anche l'"essenza" e l'"umanità" di noi stessi. E noi? Siamo all'altezza di questa fascinazione e delle responsabilità che la fede cristiana, incarnata in una testimonianza, comporta nella storia? E' necessaria una teologia che non tenti di rendere Gesù simile alla Chiesa, ma che renda la Chiesa simile a Gesù.

Ultima modifica ilLunedì, 16 Settembre 2013 14:21
  • Citazione: Lc 9,18-24
Don Umberto Cocconi

Assistente Spirituale dell' Università degli Studi di Parma
(sezione Campus).
Direttore del Collegio Giovanni XIII
Cappellano Volontario dell' Istituto Penitenziario di Parma
Presidente dell' Associazione Onlus San Cristoforo.

Sito web: www.cappellaunipr.it/
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