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In dialogo col peccatore

Il capitolo VII della Regola bollata, dedicato a "La penitenza da imporre ai frati che peccano", costituisce una rielaborazione, in forma giuridica, della soluzione più esistenziale e spirituale prospettata e anticipata da Francesco nella famosa Lettera ad un ministro anonimo. Nonostante l'impoverimento del testo effettuato nel capitolo della Regola,nel quale non ritroviamo tutti i suggerimenti che Francesco aveva donato al ministro anonimo, resta nella formulazione giuridica la parola strategica che dominava e costituiva la soluzione adottata dal Santo nella Lettera: la misericordia con cui i ministri debbono imporre la penitenza ai frati che abbiano peccato gravemente.
Questa sintetica affermazione era stata illustrata ampiamente nella Lettera da Francesco: qui il Santo aveva proposto al ministro un preciso atteggiamento da tenere per affrontare la questione del fratello peccatore, un metodo centrato sulla misericordia dalla quale sarebbe dovuto sgorgare un intenso e fruttuoso tale da attirare così nuovamente a Dio.
Pur tralasciando un esame dettagliato e articolato della Lettera, mi sembra che due siano i passaggi risolutivi della proposta del Santo. La prima preoccupazione di Francesco è fissare l'obbiettivo principale a cui è chiamato il ministro: egli non deve risolvere tutti i problemi della fraternità, togliendo di mezzo con forza e risolutezza i peccati (peccatori) che sporcano la purezza della vita religiosa in convento e, forse, infangano la buona fama degli altri frati, ma è chiamato innanzitutto ad "amare" questi fratelli senza "aspettarti da loro altro se non ciò che il Signore ti darà. E in questo amali e non pretendere che siano cristiani migliori" . Il punto di riferimento di Francesco non è, dunque, salvare e difendere l'"istituzione" ma il "fratello peccatore", al quale il ministro si deve in qualche modo "sottomettere" mediante un amore gratuito senza pretendere nulla, neanche che diventi migliore cristiano.
Per aiutare poi il ministro a capire come attuare questo mandato, nel secondo passaggio il Santo propone una tecnica precisa:
E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza la tua misericordia, se egli chiede la misericordia; e se non chiedesse la misericordia, chiedi tu a lui se vuole la misericordia .
Al centro è posto un dialogo tra i due soggetti, tra il frate ministro e il frate peccatore, impostato sul linguaggio della misericordia: "se egli chiede..., se non chiede, chiedi tu...". L'obbiettivo del ministro, dunque, è far nascere una vera relazione con il fratello in difficoltà. Inoltre, va notato che nel testo di Francesco il peccato del fratello, cioè la negazione morale della verità, non costituisce la questione principale dalla quale partire e in base alla quale deve essere guidato il comportamento del ministro nel porsi in relazione con il frate, ma al centro è posta la tecnica per offrire la misericordia quale unica possibilità, secondo Francesco, per un autentico contatto dialogico tra i due. Il dialogo nasce dalla misericordia e conduce essenzialmente ad essa.
Quest'ultima considerazione ha nella Lettera un'ulteriore e importante specificazione e chiarificazione. Il processo dialogico tra i due fratelli, fondato da Francesco sulla parola magica e risolutiva della sua personale esperienza fatta con i lebbrosi, cioè sulla misericordia, può essere verificato, nel suo effettivo compimento, mediante un preciso criterio di misura. Poco avanti, infatti, il Santo suggerisce al ministro di lasciarsi guidare da un regola d'oro spesso impiegata e raccomandata da Francesco nei suoi scritti:
Lo stesso custode provveda misericordiosamente a lui (al peccatore), come vorrebbe si provvedesse a lui medesimo, se si trovasse in un caso simile.
Il dialogo con il fratello peccatore sarà autentico se nascerà e sarà guidato da una sorta di condivisione da parte del ministro della situazione del frate, se cioè il ministro diventerà egli stesso "peccatore" mediante un abbassamento di sudditanza, perché allora soltanto potrà ascoltare e capire i bisogni e i motivi delle scelte sbagliate effettuate dal fratello peccatore. Il dialogo sarà dunque veramente possibile e compiuto se il ministro avrà la capacità di "ascoltare" la situazione del frate peccatore, e questo si effettuerà soltanto mediante un processo di sostituzione esistenziale, quello che pone il ministro al posto del peccatore e che lo mette in grado, da lì, di ascoltare e capire la sua situazione di peccato. In ultima analisi l'ascolto misericordioso che dovrà effettuare il ministro per realizzare un vero dialogo implica un processo di sudditanza, un mettersi al posto dell'altro assumendone la condizione. Solo così potrà entrare in dialogo con il fratello che ha peccato perché ne capirà il linguaggio e riuscirà veramente a prendersi cura di lui con misericordia, cioè riuscirà ad "attrarlo a Dio".

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Ultima modifica ilSabato, 07 Dicembre 2013 00:32
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).

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