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Qualcosa in comune con lui...

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Ha copiato! Papa Francesco ci ha copiato, precedendoci con precisione sorprendente in ciò che avremmo voluto scrivervi questa settimana.

In realtà siamo rimasti fortemente colpiti dal discorso che il Santo Padre ha rivolto ai rifugiati ed agli operatori del Centro Astalli di Roma l’11 settembre. Impressionante la sua capacità di cogliere la verità di ciò che accade in noi stando prolungatamente a contatto con la sofferenza umana, segno che egli stesso ne ha fatto esperienza viva.

Diceva, ad esempio: “I poveri sono maestri privilegiati della nostra conoscenza di Dio; la loro semplicità e la loro fragilità smascherano i nostri egoismi, le nostre false sicurezze, le nostre pretese di autosufficienza e ci guidano all’esperienza della vicinanza e della tenerezza di Dio, a ricevere nella nostra vita il suo amore, la sua misericordia di Padre che, con discrezione e paziente fiducia, si prende cura di noi, di tutti noi.”

Lo vediamo tutti i giorni: vivere la carità, praticarla, significa sedere nei banchi di una scuola di vita, a volte dura, durissima, ma la sola che può insegnare la vera purezza dell’amare. La scuola della carità anzitutto insegna a spogliarsi. E non solo dagli averi materiali. Ti spoglia dai tuoi egoismi, dai tuoi compiacimenti, dal bisogno di essere riconosciuto per il bene che fai. Perché a volte sono proprio le ingratitudini e l’irriconoscenza di chi aiuti ad aprirti la via stretta ma realmente gioiosa della carità.  Gratuità assoluta e libera da ogni riconoscenza per se stessi. Sulla via avventurosa della carità si arriva sempre ad un punto in cui si fa l’esperienza dell’irriconoscenza dell’altro. L’irriconoscenza del povero, che in quei momenti ti sembra tutto tranne che fratello da compatire. In quei frangenti così duri, dove l’altro sembra squarciare fino all’ultimo stralcio di sentimento positivo e di umanità che potresti provare verso il prossimo, esiste in fondo la possibilità di cogliere e di afferrare un importante consapevolezza: forse il nostro apparente aguzzino è in verità un liberatore, un salvatore. Libera infatti la nostra capacità di amare dai vincoli asfissianti dell’egoismo, dell’autocompiacimento, del bisogno di essere riconosciuti per quello che facciamo.

Citando ancora Papa Francesco: “La sola accoglienza non basta. Non basta dare un panino se non è accompagnato dalla possibilità di imparare a camminare con le proprie gambe”.

E’ verissimo! Ce ne siamo accorti man mano che abbiamo iniziato ad ascoltare le mille storie con cui veniamo a contatto. Il volto che hai davanti ti chiede di essere riconosciuto e ristabilito nella sua dignità, anche se lo vedi sfigurato. E, sebbene non sia sempre realisticamente possibile, il tentativo resta quello di aprire porte, creare percorsi, progettare per riedificare le rovine…vedere l’uomo in piedi. Credere nella possibilità di bellezza certamente racchiusa in quella vita ferita, trasmettere il desiderio e la speranza di darsi ancora una mèta e smettere di vagare senza un senso, offrire una relazione di fiducia che possa diventare uno spazio di comune crescita verso il bene. Dire: “Io ci sono per te!”

Vorremmo citare ogni parola del Santo Padre, ognuna è davvero una miniera. Qui prenderemmo troppo spazio, ma ne consigliamo la lettura integrale…ne vale la pena!

(Ancora il mio ‘grazie’ a Silvio per l’aiuto nelle riflessioni.)  

 

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Ultima modifica ilMartedì, 17 Settembre 2013 20:06
Stefania Baglivo

Studentessa presso l'Istituto di Scienze religiose in Assisi. Lavora nel Centro d'accoglienza della Caritas diocesana di Assisi e sta imparando dai poveri a conoscere Dio.

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