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Quaresima. La stanza vuota che non serve a nulla

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Matteo 4,1-11

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».

Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Parlò come nessun altro prima di Lui; e nessun altro dopo di Lui. Parole piene: gravide di vita, dense d'Eterno, baldanzose di speranza. Parole fatte non di sillabe ma di una Presenza: quella della Parola diventata Carne. Cioè storia, giorni e stagioni. Eppur “non si vive e non si muore per delle parole” (A. de Saint-Exupéry, Cittadella): fu questa, forse, la cagione ultima di quei trent'anni di silenzio passati nella stamberga di Nazareth. Come un atleta che s'allena nel chiuso di una palestra, Cristo scelse d'allenarsi nel silenzio. Al silenzio, col silenzio: perchè poi le sue non fossero parole gettate al vento, ma rombi tonanti che facessero partorire le cerve. E raddrizzassero gli uomini verso il Cielo.

Somiglia l'anno liturgico ad una grande casa, di quelle che ancor oggi stazionano ai bordi dei boschi o lungo le rive dei ruscelli: case coloniche, vecchi granai d'un tempo, spazi di confidenze, di mungiture e incroci di storie. Di vita e d'attesa degli uomini. In talune s'amava lasciare una stanza vuota: non era galanteria per ospiti di passaggio, nemmeno spavalderia di chi costruì in grande e fuori misura. Era semplicemente una stanza vuota: i bambini s'intrallazzavano di misteri, s'alimentavano le leggende attorno a quella stanza, dalle finestre curiosi gettavano dentro lo sguardo. A rimirar, a dare di sospetto, a farfugliare vecchi storie d'amori e di sguardi. In realtà era semplicemente una stanza vuota: bella perchè misteriosa, senz'ospiti, semplicemente vuota. Una stanza, niente di più: “c'era la stanza vuota, quella di cui mai nessuno seppe a cosa servisse – e forse non serviva a nulla, se non ad insegnare il senso del segreto e che non si penetra mai in ogni cosa” (ivi). La stanza vuota della Quaresima: chissà se servirà a qualcosa, se a qualcuno additerà la rotta, se a tal'altri raddrizzerà il cammino. So che a me non è mai servita granchè, se non a contare di rovescio per esplorare il mistero della Pasqua. C'è stato un tempo in cui una simile vanità mi arrecava nervosismo: era il tempo della fanciullezza. Poi venne il tempo in cui mi porgeva dei rimorsi: ero agli albori del mio sacerdozio. Stasera – mentre con un piede son già sulla soglia di quella stanza vuota – avverto un senso di pace e di consolazione, perchè so già che a me la Quaresima quest'anno non servirà a nulla. O a poco più. Come quella stanza nella vecchia casa della nonna ch'è sempre rimasta vuota, tutt'al più socchiusa ma mai usata ne abitata. Eppur era densa di mistero e di fascino. Cioè era asservita alle cose più intime: quelle che parlano di segreti, di confidenze, di buoni propositi. I buoni propositi di Quaresima. D'inizio Quaresima.

Quaranta giorni dentro questa stanza vuota. Di là, sulla stanza accanto, fra qualche settimana s'imbastiranno i preparativi della Pasqua: canti e danze, batticuore e Risurrezione. M'hanno detto che non si può entrare anzitempo: che la stanza vuota serve a questo. A starci. Eppur non c'è nulla di svago o di stravagante: pertanto – direbbe l'Eterno – c'è tutto, cioè l'essenziale. La stanza vuota è anche la stanza del silenzio: senza voci, senza rumori, senza passi di viandanti. Nemmeno stoviglie o piatti da sciacquare: digiuno e silenzio. Silenzio ovunque: quasi da paura, se a fare silenzio sarà pure Iddio e la sua corte celeste. La stanza vuota del silenzio di Dio e dei suoi amici, quelli che “si trovavano più facilmente nei deserti, nei monasteri e nel sacrificio piuttosto che presso i sedentari delle oasi fertili o delle cosiddette isole beate” (ivi). Silenzio.

"Silenzio delle donne incinte […] silenzio dell'uomo che sta alla finestra pensieroso […] silenzio degli stessi pensieri. Riposo delle api poiché il miele è fatto ed è come un tesoro nascosto che si fa più prezioso […] silenzio del cuore. Silenzio dei sensi. Silenzio delle parole interiori […] Silenzio di Dio che è come il sonno del pastore […] Io conosco l'amore, e amare significa non fare più alcuna domanda"(A. de Saint-Exupéry, Cittadella)

E' d'imbarazzo cominciare la Quaresima e sapere che non servirà a nulla, o poco più di nulla. Come sarà strano avvertire che nel nulla di quella stanza vuota c'era l'unica cosa impellente: una cisterna di silenzio e un granaio di tempo. Quasi una carrucola per scendere nell'abisso dell'uomo, addentrarsi nella sua notte ed accendere il desiderio di Lui. Della luce. Della sua Presenza: "Signore, quando un giorno riporrai nel granaio la tua Creazione, spalancaci le porte e facci penetrare là ove non sarà più risposto perché non ci sarà più alcuna risposta da dare, ma soltanto beatitudine, chiave di volta degli interrogativi e volto che appaga" (ivi).

Una stanza vuota non è una stanza inutile. E' semplicemente una stanza vuota: vuoto non è il contrario di pieno ma di inutile. La stanza vuota è un racconto: quello dell'assenza che profuma d'una più ardente presenza.

Buona Quaresima

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Ultima modifica ilSabato, 08 Marzo 2014 23:18
  • Citazione: Mt 4,1-11
Don Marco Pozza

Creativo e poliedrico, don Marco Pozza nasce il 21 dicembre 1979 a Calvene (VI) e diventa sacerdote il 6 giugno 2004. Dopo aver dedicato i primi tre anni del suo sacerdozio come vice-parroco in un quartiere alle porte di Padova, ha intrapreso gli studi per conseguire il Dottorato in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma: dal 17 settembre 2011 è Cappellano della Casa di Reclusione di Padova (sez. penale).

Curioso interprete di un cristianesimo dell'innamoramento, esercita il suo sacerdozio nelle vesti inedite di scrittore, di giornalista (è editorialista di Avvenire) e di maratoneta. Ragione per cui – all'infuori delle sbarre del carcere – è quasi impossibile non trovarlo in viaggio per conto di Lui. Pur consapevole che la strada che Dio gli sta tracciando sarà ben lungi dai Sacri Palazzi, ha scelto in anticipo quello che potrebbe essere l'incipit della sua prima enciclica: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (Cassius Marcellus Clay).

Custode di una personalità dalla difficile interpretazione e gestione, tutto trova luce e ragione nel suo essere sacerdote innamorato della sfida che Dio ha posto sulle sue spalle.

http://www.sullastradadiemmaus.it/




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