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Quel gelso mi ha fatto incazzare

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Luca 17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Abacuc: l'imbarazzo di un nome, sillabe che racchiudono un mistero. Un progetto. “Chi era costui” sarà lecito a qualcuno chiedersi imitando il vecchio curato di manzoniana memoria. Abacuc era un uomo come mille altri uomini: un pugno di fango reso vivente da un soffio divino. Nome un po’ strano, forse un po’ bizzarro: le poche volte che lo incontriamo sorridiamo. Un uomo smarrito, impotente, incazzato col mondo. Sulla scia di tutti i profeti dell’Antica Alleanza. Di più: incazzato con il suo Dio! Perché lo spettacolo quotidiano era disgustoso. E perché di questo disgusto Dio sembrava fregarsene. Ai suoi tempi gli uomini si scannano con ferocia, l’ingiustizia raggiunge livelli atroci, si rapina il mondo, il debole è interrato (altro che innalzato come disse Maria), Caino sembra impazzire con suo fratello. Il creato, splendido giardino appoggiato nelle mani creative dell’uomo, sembra diventato una landa di ululati solitari. Storie di “balbettanti bamboccioni babbuini” – come direbbe Harry Potter. E Lui? Lui semplicemente lascia fare. Sembra distratto, indifferente. Sembra un Dio menefreghista. E Abacuc non ci sta. Lui, profeta costretto ad urlare parole di fuoco che nessuno voleva sentir dire, guarda in faccia Dio, il suo Dio, colui che l’ha mandato allo sbaraglio di fronte al palcoscenico della storia e sembra dirGli: “Dio, come la mettiamo? Io, Abacuc, protesto…” Lo guardi esterefatto, t’innamori di questo piccolissimo uomo che osa puntare il dito contro Dio, prendi paura perché non scherza. Per poi scoprire che Abacuc sono io, don Marco. Forse sei tu. Abacuc siamo noi. Siamo noi quando sgraniamo gli occhi stupiti e sbalorditi, frastornati e increduli, indignati e scandalizzati per la sporcizia del mondo. Ma pensa te: son passati 2700 anni e scopri che l’uomo è rimasto lo stesso: una vecchia anticaglia arrugginita che fatica a camminare. Aveva ragione De Andrè quando, a proposito di un vecchio professore alla ricerca del piacere, annotava: “Diecimila lire/ per sentirti dire/ micio bello/ e bamboccione”.

Dio e il suo profeta: uno splendore di attesa, di strategia morosa, di follia incantevole. Dio ascolta lo sfogo di quell’uomo. Lo ascolta, lo interpreta, ne fa tesoro perché Dio s’innamora dell’uomo quand’è libero. Libero di sfogarsi e ringraziare, di stupirsi e vergognarsi, di camminare e cadere, di credere o bestemmiare. Dio aspetta. Poi fa prendere ad Abacuc carta, penna e calamaio:”Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente”. Ah! Allora Dio c’aveva in testa qualcosa, non se ne stava indifferente, sentiva l’urlo montare nella gola di quell’uomo. Ed è anche preciso Dio: parla di un termine, di una scadenza. Sì, perché su questo palcoscenico che noi chiamiamo vita un giorno calerà il sipario, il regista riguarderà le scene, sarà emesso un verdetto. Il quando non è dato sapere: basta aver appreso che succederà. E’ Parola di Dio: cioè Dio mette se stesso come garanzia, come assicurazione alla sua parola. Dio mette in gioco se stesso per costringere l’uomo a mettersi in gioco!

«Ci sono uomini fiacchi, incapaci di superarsi. Di una felicità mediocre fanno la loro felicità, dopo aver soffocato la parte migliore di sé. Essi si fermano in una locanda per tutta la vita. Si coprono d'infami. Non m'importa di ciò che fanno costoro, non m'importa se vivono. Essi chiamano felicità il marcire sulle loro misere provviste. Rifiutano di avere dei nemici all'infuori di sé e dentro di sé».Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella

Una data come consegna. Che ti fa leggere la storia in modo inatteso: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”. Vuoi far ridere Dio? ParlaGli dei tuoi sogni. Vuoi vederlo nervoso? DiGli che non c’è niente da fare. FaGli capire che la realtà è quella che è, la realtà non cambia. Non è mai cambiata. “Se aveste fede…”. Cioè la realtà è quello che è perché la nostra fede è quello che è, cioè non è fede. Se oggi ti tuffi nel Vangelo, rischi di spararti. Perché fai una scoperta amara: se hai fede c’è tutto da fare. Tutto resta sempre da fare. Tutto è possibile. Tutto: anche sradicare un gelso dalle radici impantanate nelle profondità del suolo. Anche spostare una montagna gigantesca. Anche cambiare te stesso. Il gelso sta lì in mezzo non per sederci attorno con vestaglia e pantofole, sonniferi e telecomando, diuretici e dimagranti. Il gelso sta lì perché non siamo riusciti a toglierlo. Sta lì perché protestiamo ma non cambiamo. Giochiamo con le parole ma sono senza potenza, ne abbiam rapito la tenerezza. Ci sentiamo dei giganti ma la nostra povera storia di uomini ci dipinge come dei nani. E’ la stessa esortazione che fa Paolo di Tarso scrivendo all’amico Timoteo e ricordandogli che Dio ci ha dato uno spirito da guerrieri, da avventurieri. Gli ricorda che noi siamo gente creata per lanciarsi all’avventura del mondo. Sporcarsi le mani è comandamento diretto di Dio sceso dalle righe prime del Vecchio Patto: nessuna dispensa autorizzata. Perché il gelso va sradicato, il male va smascherato. Il mondo va aiutato a risorgere quotidianamente. Non basta custodire: è necessario costruire, elevare, innalzare. E’ necessario sconvolgere il mondo!

Robe da matti, don Marco! – direbbe la mia cuginetta sorridente. Sono proprio robe da matti: aspetto i miracoli dal Signore. Ne sono ghiotto: amo collezionarli come un appassionato di filatelica i francobolli. Ma mi dimentico che i miracoli li compiva quando vedeva la fede. Io, invece, aspetto il miracolo per aver fede. E il mio cammino non s’incrocia mai. Le spalle si guardano, gli occhi si ignorano. E pensare che tutto il Vangelo è dimostrazione della debolezza di Dio di fronte alla fede. Ma io nego al Signore questa gioia. Perché non ho fede. Sono colpevole di aver rifiutato un po’ di gioia al Signore a motivo della mia poca fede. Insomma: è bastato un gelso sul mio cammino per incassare una pesante bocciatura. L’ennesima.

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Ultima modifica ilSabato, 05 Ottobre 2013 18:00
  • Citazione: Lc 17,5-10
Don Marco Pozza

Creativo e poliedrico, don Marco Pozza nasce il 21 dicembre 1979 a Calvene (VI) e diventa sacerdote il 6 giugno 2004. Dopo aver dedicato i primi tre anni del suo sacerdozio come vice-parroco in un quartiere alle porte di Padova, ha intrapreso gli studi per conseguire il Dottorato in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma: dal 17 settembre 2011 è Cappellano della Casa di Reclusione di Padova (sez. penale).

Curioso interprete di un cristianesimo dell'innamoramento, esercita il suo sacerdozio nelle vesti inedite di scrittore, di giornalista (è editorialista di Avvenire) e di maratoneta. Ragione per cui – all'infuori delle sbarre del carcere – è quasi impossibile non trovarlo in viaggio per conto di Lui. Pur consapevole che la strada che Dio gli sta tracciando sarà ben lungi dai Sacri Palazzi, ha scelto in anticipo quello che potrebbe essere l'incipit della sua prima enciclica: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (Cassius Marcellus Clay).

Custode di una personalità dalla difficile interpretazione e gestione, tutto trova luce e ragione nel suo essere sacerdote innamorato della sfida che Dio ha posto sulle sue spalle.

http://www.sullastradadiemmaus.it/

1 commento

  • Pasquale
    Pasquale Giovedì, 10 Ottobre 2013 12:09 Link al commento

    - Dio aspetta...MMHH .... o .... Aspetta Dio ma che stai dicendo? Vorresti farmi credere che quel gelso è la mia fede?
    - NO, sotto quel gelso c'è la tua fede! Perché vedi la fede non può essere aumentata o diminuita: è un dono! l'hai sempre avuta! Non ci CREDI? Prova a sradicare quella pianta che hai innaffiato per tutta la tua vita, perché ti desse, si dei frutti dolci, ma piccoli in confronto a quello che potevi avere innaffiando e coltivando il Mio piccolo granellino di senape. Infatti ti sei fidato dell'arbusto che crescevi piuttosto che di un seme così piccolo. Forse quando hai vissuto esperienze tristi, hai scavato un po' sotto il gelso, inseguendo un vano ricordo; ma ti sei arreso, perché le sue radici erano profonde e subito non hai trovato quello che cercavi. Oggi Ti invito, ancora una volta, a guardare sotto la montagna e non a salirci sopra, a guardare il seme e non la pianta. Il punto è che per cambiare il mondo basta poco.
    - Poco! Ancora una volta Tu mi indichi qualcosa di piccolo. Ti servi degli ultimi per proclamare le altezze dei Tuoi pensieri: I semplici, gli umili, Il Tuo sguardo ritorna sempre là, come quando Ti fai piccolo in un pezzo di pane. Da oggi cambierò, lo prometto, mi dedicherò alla parrocchia, alla meditazione, alla lotta sociale, alla liberazione dei poveri dal loro stato di miseria, ai bimbi dell'Africa, ai...
    - Calma, calma, non Ti sto chiedendo tutto questo e tutto insieme, credi forse di potermi sostituire! Mi basta un granellino di senape! E mi basta perché sono Io che Me lo faccio bastare! MI basta...un quotidiano gesto d'amore. Sai, è questo che cambia il mondo! UN... QUOTIDIANO ...GESTO ....D'AMORE! Pensare in grande è immaginare che tutte le mie creature compiano ogni giorno un gesto d'amore. QUESTO CAMBIA IL MONDO!
    - AMEN!




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