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'A'... come ATTESA

Che cosa attendiamo? Anzi, siamo davvero capaci di attendere qualcosa?

Presto”…”subito”…”sempre”… sarebbe interessante calcolare la frequenza con cui queste parole ricorrono nei nostri discorsi e nel linguaggio pubblicitario. Una delle caratteristiche più reclamizzate di prodotti o servizi continua ad essere la velocità con cui è possibile conseguire il risultato desiderato: il nostro tempo è così scarso e così pieno di cose da fare, da vedere, da vivere, che abbiamo bisogno di risparmiarne in ogni possibile modo. Continuiamo a inseguire il mito dell’eliminazione di ogni attesa: ogni problema deve essere al più presto risolto, ogni bisogno deve trovare subito risposta, ogni desiderio deve essere immediatamente soddisfatto.

C’è naturalmente del buono in ogni sforzo teso a rendere più facile e scorrevole la vita, come pure nella semplificazione o automazione di tante procedure. E davvero dobbiamo un 'grazie' alla tecnologia che semplifica e abbrevia tanti aspetti del quotidiano. Vi si accompagnano però dei rischi.

In primo luogo quello di rimanere bloccati al “principio del piacere”, cioè di continuare per tutta la vita a funzionare come bambini impazienti, intolleranti di ogni dilazione.

In secondo luogo quello di perdere il senso della gradualità dei processi vitali (persone e situazioni non meno di una pianta): ciò che è vivente matura e cambia lentamente. Sovente i nostri sforzi più frenetici non avvicinano affatto il risultato, ma riescono solo a ostacolarlo.

E ancora, quello di non attendere più nulla. Possiamo diventare persone capaci soltanto di attese brevi, di desideri corti: attendiamo il fine settimana, attendiamo le vacanze, attendiamo di poter acquistare quel determinato oggetto o di incontrare quella persona … e poi? E’ possibile perdere il senso dell’attesa, questa dimensione essenziale dell’esistenza costituita dall’apertura a ciò che ancora non è e dalla tensione operosa verso di esso. Quale futuro attendiamo? Quale compimento speriamo? Domande che inesorabilmente ne implicano un’altra: per che cosa stiamo giocando la nostra vita?

Il senso dell’attesa e di un compimento desiderato e sperato, che tuttavia non possiamo darci da soli, è parte integrante di ogni cammino di fede che non voglia ridursi a pura appartenenza sociologica o a un insieme di attività, lodevoli ma sempre e solo nostre. “Colui che attende”, lungi dall’essere rassegnato o disimpegnato, è dunque colui che sa intuire nella realtà - pur con i suoi aspetti di incompiutezza e di dramma – la pienezza e la bellezza che lo convocano all’avventura della responsabilità. E diviene così la sentinella a cui con il profeta possiamo chiedere: “Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11)..

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Ultima modifica ilMartedì, 11 Marzo 2014 23:08
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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