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Chiesa e giovani - 14

Come vorresti la Chiesa? Come la sogneresti?"

18) Domanda complessa... Ma ho un'idea abbastanza precisa. Vorrei una Chiesa amica di tutti, accogliente, sorridente, allegra, comprensiva, affettuosa... una Chiesa/parrocchia non chiusa in sé stessa, autoreferenziale (come ha detto Papa Francesco), ma che si butta tra la gente, che va a trovare tutti e non, invece, che aspetta che tutti vengano da lei... Vorrei una Chiesa evangelica e semplice, dove laici e religiosi lavorino assieme, ognuno con i propri doni e carismi... Vorrei una Chiesa "viandante", in cammino verso la gente e con la gente. Ma soprattutto vorrei che la Chiesa cambiasse il proprio LINGUAGGIO! E' antica su questo punto... dovrebbe cambiare i termini, le parole per dire le stesse cose. E anche i segni nella liturgia! Secondo me per dire che Gesù è la Luce del mondo non si può usare una lanterna! Chi conosce ormai le lanterne, chi le usa! Modernizzare i segni, ecco.

Vorrei una Chiesa accogliente, sorridente, allegra, affettuosa, comprensiva, semplice, viandante...

Ho scritto sette aggettivi, ma in essi, ne possiamo dedurre altrettanti come minimo. E tali aggettivi assumono ancor di più il loro preciso senso in una parola, anzi, due: linguaggio trasparente. Quindi non complesso, incomprensibile e astruso (come rischia di essere in molte circostanze).
Il linguaggio è sicuramente una, forse la prima forma, con cui comunichiamo: e se chi mi parla non si fa capire, o meglio, non fa si che l’interlocutore capisca, in quattro e quattr’otto il discorso si può ritenere chiuso. Come comunità cristiana ci facciamo capire? Da tutti? Dai bambini, passando per i letterati, e arrivando agli anziani, che magari hanno “solo” la terza elementare nel loro curriculum scolastico?

Si rimprovera molte volte alla Chiesa di non “essere al passo con i tempi” perché utilizza modalità superate, un linguaggio non più attuale… Se andiamo a guardarci la Chiesa dei primissimi secoli, cosa troviamo, invece? Proprio ciò che stupisce, probabilmente: la semplicità, la condivisione, sia del pregare, sia delle vivande, sia del lavoro.
A volte mi permetto di dire, scherzando, nelle omelie: "se parliamo di Gesù come un obbligo, rischiamo di costringere una persona a mangiare solo patate, e prima o poi, la nausea diverrà sua continua compagna di viaggio. Se invece, quando vogliamo biascicare qualche parola su Gesù, su Dio, li presentiamo come un tiramisù… di certo l’acquolina in bocca è molto maggiore, ed efficace, no?
Più che tanta teologia (capibile solo da chi l’ha studiata!) occorre tanta “parabolicità”: dal vivere e sentire comune, diffondiamo il Vangelo; attraverso i fatti, le esperienze che toccano la nostra esistenza, evangelizziamo.

È la strada (forse la più saggia, oggigiorno) per non perdere “contatto” con la realtà odierna, pur parlando di una realtà “superiore”!

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Ultima modifica ilGiovedì, 15 Maggio 2014 15:52
Don Federico Fabris

Sacerdote dal 2007, insegnante di religione nelle scuole medie di Padova.




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I segni dei tempi li sappiamo riconoscere?