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Chiesa e giovani - 3

3) sogno una chiesa più vicina alla gente, alla vita quotidiana della gente, il mischiarsi con la realtà... magari meno "teologica" e più concreta... mi piacerebbe che la gioia del vangelo diventi energia per i ragazzi... una chiesa che sappia donare calore ed emozioni che poi ognuno di noi possa espandere al prossimo

4) non frequento più la mia parrocchia perchè la gente predica una cosa e si comporta all'opposto, e non va bene perchè non è un buon esempio...

5) la mia parrocchia la vorrei più accogliente verso noi giovani... e verso i ragazzi... vorrei una parrocchia in cui i giovani possano esprimere i propri pareri, possano unire le forze per realizzare eventi di festa, desidero la celebrazione della domenica intesa come momento di festa in cui andare a messa sia una gioia... con chitarre, canti e gesti di tenerezza... per messaggio faccio fatica... ma ho un'idea di parrocchia ben chiara in testa e se vuoi davanti a una buona birra ne parliamo

6) io in parrocchia mi trovo benissimo cosi... faccio parte del coro e vado a fare acr ai ragazzi:) poi con i gruppi insomma ci sono parecchie occasioni per i giovani di stare assieme e poi noi siamo un bel gruppone, forse c'e' un po' di rivalità tra i paesi e quello crea un po' di tensione però...e per la chiesa... ci vado però a volte non la vivo con lo spirito giusto... magari durante l'omelia servirebbe un po' più di... partecipazione?? Però mi rendo conto che dipende tanto anche dal sacerdote...

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Raggruppando queste altre risposte, che trovano un “punto d’incontro” nella semplicità, nell’umanità, nella gioia di trovarsi assieme, credo sia immediato un accenno al pensiero che troppo spesso, Vangelo e vita, siano distanti e estranei tra di loro!

Sembra quasi che l’atteggiamento di compostezza, (imposta) schematicità vissuta nelle celebrazioni, non abbia poi a toccare minimamente il vissuto quotidiano: in chiesa è una cosa, siamo cristiani, poi fuori… si passa a tutt’altro. Qualcuno la chiamerebbe una sorta di “Dr. Jekyll e Mr. Hyde”

Effettivamente quante volte, dopo quante omelie sentite, nel nostro quotidiano abbiamo cercato/provato a migliorare, a convertirci alla Parola (non quella dei preti, ma di Dio!)? Riusciamo con facilità a farci condizionare dagli altri, dalle pubblicità… ma lasciarci ammaestrare da Dio, come mai la riteniamo una “parentesi” settimanale, possibilmente cronometrata, e non che ci chieda troppa fatica?

Lancio una proposta provocatoria: proviamo a fare come non fossimo cristiani, qualche volta, quando entriamo in chiesa… Che dite? La celebrazione la vivremmo con la passività e l’automatismo che ormai è innato in moltissimi, o, per curiosità, per novità o altro, saremmo forse più disposti a “entrare con cuore” in quanto stiamo vivendo, senza pensare a distrazioni varie, o a orologi e tempistiche da dover assolutamente definire? Cosa ci aspettiamo da un’eucaristia? Quando entriamo in chiesa alla domenica, quali sono i nostri stati d’animo, che cosa “ci andiamo a fare”, detta un po’ sarcasticamente?

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Ultima modifica ilMercoledì, 26 Febbraio 2014 23:54
Don Federico Fabris

Sacerdote dal 2007, insegnante di religione nelle scuole medie di Padova.




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