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'D'… come DONO

Sembra una parola difficile anche da pronunciare, tant’è che sempre più spesso viene sostituita da apparenti sinonimi. Non è strana questa difficoltà. Dono è ciò che non è dovuto: ha a che fare con la gratuità, con il dare liberamente e in modo sovrabbondante, senza calcoli di contraccambio.

Come parlare di dono là dove il criterio che regola tutto è quello dell’utile? Dove tutti i rapporti rischiano di essere letti in chiave di interesse non c’è dono. Al massimo ci sono omaggi promozionali, gadget.

Una delle contraffazioni quotidiane e spicciole del dono è costituita dai “regali” che sottolineano occasioni particolari. Anche qui tuttavia si assiste a una curiosa distorsione: la sovrabbondanza di oggetti e di mezzi ha reso più frequente l’abitudine di scambiarseli, ma rischia di indebolirne il significato. E il dono diventa “regalo obbligatorio”: per una festa a cui siamo invitati; per il Natale o il compleanno; per la promozione o in occasione di una malattia; per andare a far visita a qualcuno … basta poco per entrare in questa specie di rete vischiosa in cui quello che dovrebbe essere un gesto che dà gioia a chi lo compie prima ancora che a chi lo riceve si trasforma per entrambi in un rito esigente e in fondo noioso. Senza parlare della moltiplicazione di oggetti inutili che così si realizza, e che le nostre case testimoniano.

Il nostro tempo coltiva poi un’altra attitudine in un certo senso opposta al dono: quella della competizione come clima abituale dei rapporti, della lotta per raggiungere un risultato sempre migliore. Dono invece è ciò che non è meritato né frutto di conquista.

E’ urgente riscoprire la dinamica del dono: essa fonda tra le persone un altro tipo di relazione rispetto alla schiavitù dello scambio o all’arroganza della conquista. Dal dono scaturisce una relazione tipicamente umana che risveglia – in chi lo riceve – il desiderio: esso è qualcosa di molto più grande del bisogno di un bene mancante, è espressione della nostra incompiutezza, della nostra non autosufficienza.

Non si tratta soltanto di sperimentarci capaci di gratuità, cosa che sarebbe già un grande passo: ma di accorgerci che la nostra piccola capacità di dono - tante volte contraddetta! - non è altro che il riflesso di una realtà più grande.

Possiamo così cominciare a intuire che siamo noi stessi dono, che la realtà è dono, anzi, che il dono è “la stoffa” di cui l’essere è fatto. Al punto che ciò che non è dono non ha consistenza.

“Se tu conoscessi il dono di Dio …” dice Gesù alla donna samaritana. Abbiamo bisogno di recuperare lo stupore davanti alla rivelazione di un Dio che ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio: chi mai poteva aspettarsi un dono così? E se “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32).

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Ultima modifica ilMartedì, 11 Marzo 2014 23:06
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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