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'E'… come ESULTANZA

Ha un sapore vagamente arcaico questa parola che non compare praticamente più nel nostro linguaggio: è rarissima nello scritto e assente nel parlato. Il dizionario la definisce come “l’atto dell’esultare, cioè provare e manifestare grande gioia e allegrezza” e sottolinea come l’etimologia contenga l’allusione ad un movimento del corpo verso l’alto, quasi un “fare salti di gioia”. Interessante e significativo constatare come la ricerca di immagini sul web alla voce esultanza riporti esclusivamente foto di atleti (per lo più calciatori) ritratti nel momento in cui hanno realizzato un goal o conseguito la vittoria in una gara.

Viene da chiedersi: è scomparsa la parola ma rimane viva l’esperienza, magari indicata con altri termini? Oppure è in crisi l’esperienza stessa della gioia?

Non si può dire che dal nostro mondo siano del tutto assenti manifestazioni di festa e di allegria: pensiamo ai caroselli per una vittoria sportiva che coinvolgono intere città, ai raduni oceanici di folla in occasione di alcune manifestazioni, all’abitudine – che si vuol far diventare tradizione – di celebrare nelle piazze date particolari come il capodanno. Ma si tratta davvero di gioia o di esperienze di eccitazione collettiva?

Come viviamo la gioia? Si tratta di qualcosa che per lo più riguarda l’individuo, spesso qualcosa di fragile e di breve: “gioie corte” legate ad una ricorrenza, ad un traguardo raggiunto, al superamento di un ostacolo o al soddisfacimento di un desiderio. Talvolta coinvolgono le persone più vicine, normalmente in una cerchia di reciprocità assicurata.

La parola “esultanza” evoca un altro livello di profondità e di pienezza. La incontriamo con frequenza nella Scrittura: si tratta di una gioia condivisa, che coinvolge tutto l’essere, lo scuote fin nelle sue fibre più profonde e si riversa all’esterno attraverso i gesti e la voce: esultano le labbra, le ossa, la vita. Talora è usata per indicare il fatto che la natura stessa celebra con il suo rigoglio la propria fecondità (come nel salmo 65: “le colline si cingono di esultanza, i prati si coprono di greggi, le valli si ammantano di grano; tutto canta e grida di gioia”).

Più spesso è legata all’esperienza di un intervento potente compiuto da Dio, come la liberazione dall’Egitto da cui Egli “fece uscire il suo popolo con esultanza”. E ogni esperienza di questo tipo diventa segno, annuncio della salvezza definitiva attesa, fonte di una gioia sovrabbondante della quale si dice che il deserto stesso esulterà.

E ancora, è una gioia che non esclude la sofferenza, anzi in qualche modo la attraversa e affonda le sue radici proprio nel senso che in essa - magari oscuramente - si intuisce: “nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1Pt 4,13).

Una gioia così - l’abbiamo certo intravista risplendere su qualche viso! - è possibile anche per noi: frutto del nuovo inizio che la Pasqua ha posto nell’esistenza umana; opera potente e ineffabile dello Spirito del Risorto.

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Ultima modifica ilMartedì, 11 Marzo 2014 23:07
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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