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I morti non sono morti

“Ama e fa’ ciò che vuoi”.

Cinque anni fa ho perso mio padre. Ho perso… È morto. La nostra lingua usa strani giri di parole per evitare di nominare ciò che rifiuta. Rifiuta perché non comprende. Mio padre non aveva ancora sessant’anni, aveva una vita piena, la pensione da godere, la sua passione per la famiglia, la sua nipotina… Mio padre aveva una vita da assaporare ancora per molti anni: sogni da veder realizzati, persone da amare. Ma mio padre è morto. Il suo cuore si è fermato. Per sempre.

Dicono che era il suo destino… cos’è il destino? Siamo fatti per vivere o per mettere in scena un copione già scritto (da chi)?

Dicono “Si sa, sono sempre i buoni che se ne vanno” (no, è perché sono buoni che ci accorgiamo che se ne vanno).

Dicono che il Signore l’ha chiamato… ma chiamato perché? Aveva già portato a termine il suo compito su questa terra (e chi l’ha deciso)?

Dicono che il Signore lo voleva per sé… Scusate, ma non credo che il Signore sia così stupido (ed egoista).

Ecco, io non lo so qual è il senso. Lo cerco, ma non lo trovo. Forse lo cerco nel modo sbagliato, con la mia piccola testa. La morte, come la sofferenza, è una cosa troppo grande per la nostra testa... ma è la morte che fa capire molte cose, così come nella sofferenza, a volte, tutto diventa più chiaro. La morte fa pensare a quanto siamo piccoli e fragili. Ci rendiamo conto che la nostra vita è veramente un soffio. Un momento ci sei, l’attimo dopo non ci sei più. Siamo di passaggio, quante volte ce lo siamo sentiti ripetere. Ma è un passaggio lungo… come si fa a non attaccarsi a questa vita, a quello che ci dà? Non parlo di cose, case, mobili, soldi… Parlo di affetti, amicizie, parlo di amore. Parlo del sorriso di un bambino, del tramonto che colora di rosso il cielo, di un fiore che sboccia, di una stretta di mano, di un abbraccio, di un bacio.

È proprio la morte che ci fa sentire più attaccati alla vita.

Non aspettiamo la morte per vivere in pienezza la nostra vita. Penso che devo dire ancora a un sacco di persone “ho bisogno di te!” e “ti voglio bene!”.

Il Signore non ci chiede altro che questo, credo: di vivere la vita in pienezza, amandoci come Lui ci ha amati, godendo di ogni piccolo dono, aiutando anche gli altri a scoprire quanto questa vita sia meravigliosa, quanto sia bello vivere sapendo che la nostra vita è nelle mani di Qualcuno che ci ama. Qualcuno che ha provato tutto questo, ha provato la vita, l’affetto, l’amore. E ha provato la morte. Per resuscitare a una vita nuova, più bella e più grande di questa.

E allora, se mi chiedono dov’è mio padre io rispondo che lo penso immerso in questa vita nuova, in una luce immensa, nell’infinito amore di Dio. Penso che non ha più paura di nulla. Sì, io penso che continui a vivere, in un modo diverso, ma continui a vivere. E continui ad amare da lassù la sua famiglia, le sue nipotine, tutti noi che gli abbiamo voluto bene.

Io penso… no. Io so.

 

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Irene Tonolo

Sono insegnante di Religione nella scuola superiore, con una lunga esperienza nell'animazione dei giovani e giovanissimi, esperienza che ho tralasciato per dedicarmi alla famiglia (sono moglie e madre), ma che mi ha segnato profondamente e mi guida ancora oggi nel mio lavoro.

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