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Adamo, "il nascosto"

Credo di poter dire con certezza che nella vita di ciascuno l’incontro con l’altro, chiunque esso sia, è ciò che immancabilmente ci forma e ci trasforma. Qualunque cosa, anche piccolissima, che oggi ascolto e vedo in te, ieri ancora non faceva parte del mio bagaglio di viaggio, mentre oggi c’è e mi rende almeno un po’ diverso, direi più ricco, di ieri.
 
Così avevamo iniziato parlando dell’incontro con i poveri, poi ci siamo imbattuti nel pensiero di alcuni personaggi significativi del nostro tempo, ora vorrei inserirmi in uno degli itinerari che Agostino questa settimana ci ha proposto (precisamente quello biblico) per entrare in dialogo con alcuni volti e storie che la Scrittura ci pone davanti\accanto proprio affinchè noi li interroghiamo.  Sappiamo, e lo do per scontato, che le domande con cui interpellare la Bibbia non possono certo essere di tipo storico-scientifico: ne resteremmo irrimediabilmente delusi, constatando mille incongruenze ed inesattezze. Piuttosto ciò che ci è trasmesso è una verità di tipo salvifico,  qualcosa che riguarda la profondità dell’uomo, le sue relazioni, il senso del suo esserci… Proprio con questo sguardo vorrei allora avvicinarmi ad alcuni personaggi, anche se in modo molto parziale, per raccogliere da ciascuno almeno un piccolo spicchio di verità che riguardi la mia vita della quale loro sono paradigma, consapevole tuttavia dell’irrimediabile insufficienza che ci caratterizza tutte le volte che ci accostiamo all’abisso della Scrittura. 
 
Il primo incontro decisamente interessante che possiamo fare intraprendendo un viaggio tra le pagine dell’Antico Testamento è quello con la figura di Adamo. Anche in questo caso do per scontata la consapevolezza di trovarci nell’ambito di un genere letterario che ha radici mitologiche, il quale ci raggiunge con la sua sapienza esistenziale, tutt’altro, dunque, che un discorso sulle origini del mondo e dell’uomo. 
Potremmo rimanere giorni interi a dialogare con Adamo, tanto è ampia e profonda la verità di cui ci parlerebbe, ma scegliamo un frammento in particolare. Scattiamo una fotografia ed immortaliamo una scena del film che la Genesi sta proiettando. C’è, infatti, una domanda importantissima che coglie il primo uomo (prototipo di ogni uomo) in un momento significativo del suo tragitto e che lo segnerà in modo irreversibile: “Dove sei?” ( Gn 3,9). 
Leggendo il testo ebraico notiamo una sfumatura interessante in questa interrogazione che poteva essere espressa in due modi diversi: una semplice domanda locativa oppure, ed è questa l’opzione scelta dal redattore, un’espressione carica di sorpresa che potrebbe essere meglio resa con “che ci fai qui? …come mai ti trovi in questo posto che non è il tuo?”. 
 
E quale era questo luogo che non era stato pensato da Dio per Adamo? Il luogo del nascondimento, della paura, della vergogna. Non uno spazio fisico, quanto una condizione esistenziale, sia individuale che relazionale. 
 
E da quale tipo di esperienza o di percezione di sé, dell’altro, della realtà nascevano paura e vergogna tanto taglienti da costringere Adamo a nascondersi? Mille motivi dai quali ne estraggo uno solo che più mi colpisce: vedo l’uomo, il primo come tutti, non riconoscere l’abbondanza e la bellezza di ciò che ha, cercare e volere sempre altro, finendo per sentirsi nudo e brutto, in fondo sbagliato, spinto per questo a nascondersi allo sguardo degli altri, vergognandosi di sé stesso e pieno di paura per il giudizio altrui. 
 
Prima “erano nudi e non provavano vergogna” (Gn 2,25), non in senso fisico, anche qui, ma relazionale: mostrarsi così come erano, senza coperture altre da sé, costituiva la naturalità e la bellezza della prima relazione tra umani. L’incrinatura, come aveva già intuito la sapienza antica sottesa al racconto, è data quasi dall’insorgere di “agenti patogeni” che minano la positività vera dell’uomo e di ciò che lo circonda: dimentico di essere il re del creato, sfiduciato verso Dio e verso il simile che gli è accanto, rintanato e rattrappito l’uomo non è più sè stesso.
“Che ci fai qui?” 
 
Se sono nascosto, come Adamo, ed ho paura e mi vergogno potrei iniziare il mio tentativo di liberazione dall’inganno. Ma è difficile, se non impossibile, che “il pauroso” compia questo passo da solo. Piuttosto lo stimolo che sento provenire da questa “foto” di Gn 3 è quello di rendermi io spazio di libertà per il pauroso. Come la domanda rivolta da Dio ad Adamo non era (e chissà perché a noi sembra sempre diversamente!) carica di giudizio e severità, ma di attenzione e di cura, così se noi riuscissimo a porci davanti all’altro in modo che egli possa realmente percepire la nostra cura ed attenzione nei suoi confronti, gli faremmo uno dei più preziosi servizi esistenziali (oltre che evangelici) che un uomo possa offrire all’altro. Farlo sentire accolto così come è, lasciare che stia nudo davanti a noi guardandolo sempre e solo con benevolenza, sarà l’unico mezzo per liberarlo dalla vergogna e dalla paura, l’unico modo per “stanarlo” e riportarlo alla bellezza. 
 
Dio non può rimettere l’uomo sul trono sul quale lo ha pensato e lo vuole se non attraverso le mani ed il cuore di altri uomini. E questa è la nostra responsabilità!  
 

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Ultima modifica ilMartedì, 12 Novembre 2013 02:25
Stefania Baglivo

Studentessa presso l'Istituto di Scienze religiose in Assisi. Lavora nel Centro d'accoglienza della Caritas diocesana di Assisi e sta imparando dai poveri a conoscere Dio.




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