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Mangiare

Dove mangiamo?
Nella sala d’aspetto di un medico, riempio l’attesa prolungata sfogliando riviste d’arredamento. E mi soffermo incuriosita sulle cucine: non mi ero accorta che ne sono scomparsi i tavoli. Cerco di capire cosa ne ha preso il posto: e scopro tratti di banco che ricordano i bar, con davanti alti sgabelli su cui ci si siede fianco a fianco rivolti verso la parete,o la finestra o magari il televisore; oppure ripiani a scomparsa, utilizzabili se occorre e poi riposti con discrezione per non occupare lo spazio già esiguo.
Consumare il cibo tende sempre più ad essere un atto individuale: non solo quando si mangia in fretta un tramezzino durante la pausa pranzo, calcolando i minuti per il rientro al lavoro; ma anche fra le mura domestiche, dove i ritmi di vita differenziati dei singoli membri della famiglia si intersecano spesso senza incontrarsi. E quindi ritrovarsi a mangiare insieme, riuniti intorno alla stessa tavola, è un evento via via più raro, riservato ad occasioni speciali.
Ma mangiare è proprio una faccenda così neutra, limitata al puro e semplice immettere nel corpo i nutritivi di cui ha bisogno? Se così fosse, perché non ricorrere stabilmente a un ben calibrato cocktail di pillole e integratori alimentari, che farebbero oltretutto risparmiare un sacco di tempo? O mangiare è invece un atto umano ricco di valenze simboliche e di implicazioni relazionali?
Alcune semplici osservazioni orientano verso la seconda ipotesi.
Persino il primissimo atto di alimentazione, l’allattamento al seno, se lo osserviamo da vicino rivela di essere tutt’altro che un semplice riempirsi lo stomaco; è invece un delicato momento di comunicazione, in cui l’interazione madre-bambino, regolata sull’alternanza dei turni, assomiglia a una vera e propria danza, ricca di contenuti affettivi e preziosa per imparare a sintonizzarsi con l’altro.
Ancora: noi umani, diversamente dagli animali, mangiamo appunto insieme e non soltanto in competizione, e la parola che accompagna il prendere cibo ne è prova e strumento. In tutte le culture, stare a tavola è luogo privilegiato della parola scambiata, del dialogo: si comunica attraverso ciò che si mangia e anche attraverso ciò che si dice e si ascolta. Come non ricordare certe punitive esclusioni dalla tavola dove il resto della famiglia stava mangiando, che in un passato remoto segnalavano al bambino la gravità di un suo atto?
Infine: invitare qualcuno alla propria tavola è gesto tipico dell’ospitalità presso tutti i popoli…e non è lo stesso che “ti invito al bar a prendere qualcosa”! Dice accoglienza, apertura all’altro del proprio spazio vitale, desiderio di condividere.
I Vangeli ci mostrano spesso Gesù che condivide la mensa con tutti, che accetta inviti anche da personaggi almeno discutibili… incompreso per questo e accusato di essere “un mangione e un beone”. Non ci parla forse di un grande desiderio di comunione con tutti?

Non bastiamo a noi stessi
Abbiamo cominciato la nostra riflessione soffermandoci sul significato conviviale del mangiare insieme, a fronte dell’abitudine sempre più diffusa di prendere cibo in fretta, da soli , spesso in piedi, in ritagli di tempo sottratti quasi a malincuore all’incalzare degli impegni del lavoro o del tempo libero. Condividere la mensa costruisce e rafforza i legami, promuove la comunicazione e insegna a raccontarsi. Non è un caso che la tradizione monastica abbia sempre prestato tanta attenzione ai momenti e ai luoghi del pasto: il refettorio è spazio pensato fin nei particolari, disposto in modo tale che ciascuno possa vedere ed essere visto, ascoltare ed essere ascoltato; il tempo che vi si trascorre è ritmato da un sapiente alternarsi di silenzio-ascolto e di parola-dialogo; i ruoli della comunità vi sono espressi e agiti. Forse questa “cura” può ancora insegnarci qualcosa.
Ora vogliamo esplorare altri significati del mangiare.
Il fatto che abbiamo bisogno di nutrirci dice la nostra radicale non autosufficienza: non bastiamo a noi stessi, dobbiamo ricevere da qualcuno fuori di noi quanto è necessario a sostenere la vita. Questo è evidentissimo per il neonato, che non può far nulla se non piangere per segnalare l’urgenza della sua fame. Ma non è meno vero per l’adulto, per ciacuno di noi, per quanto arduo possa essere riconoscere questa povertà. Per vivere devo portare dentro di me ogni giorno qualcosa che proviene, al tempo stesso, dalla natura e dalla cultura: qualcosa che è “frutto della terra e del lavoro dell’uomo” ci ricordano le parole della liturgia d’offertorio. Qualcosa quindi che appartiene all’universo della creazione, dono del Dio che “apre la mano e sazia la fame di ogni vivente”; e che insieme appartiene al mondo dell’agire umano: non solo perché da lì vengono prodotti e mezzi, ma anche perché, in modo concretissimo, “qualcuno lo ha fatto”. Qualcuno vicino: è importante aiutare i bambini a riconoscere nel cibo che hanno davanti l’opera, la dedizione e la fatica di chi lo ha preparato. O spesso qualcuno così lontano che a stento riusciamo a immaginarlo, dietro le allusioni di parole oscure sulle confezioni dei cibi. Mangiando prendiamo parte a fatti di produzione e distribuzione del cibo e così consumiamo in comune la sorte comune dell’umanità: la sua operosità, la sua miseria, il suo servizio. “Ogni boccone di pane è in qualche modo un boccone di mondo che noi accettiamo di mangiare” (G. Martelet).
Per poter essere ho bisogno di ciò che è fuori di me: per questo il cibo non è mai soltanto una questione di nutritivi da ssumere in modo equilibrato, ma rimanda sempre a tutto ciò che è essenziale per la vita, che la rende vivibile e umana.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano
Tutte le religioni, pur in modi diversi, hanno colto nell’atto del mangiare qualcosa che c’entra nel rapporto con Dio.
Volta a volta questo si esprime nella condivisione delle offerte sacrificali per entrare in comunione con la divinità; nell’individuare tabù alimentari; nella minuziosa prescrizione di modalità di preparazione dei cibi (pensiamo alle norme rigorose della kasherut ebraica); nel prescrivere tempi e modi di astensione dal mangiare (come il ramadan islamico); o nell’individuare gli atteggiamenti di devozione con cui i cibi devono essere preparati e assunti (come per l’induismo).
Da questo punto di vista il cristianesimo è assai sobrio: non vi troviamo infatti nessun tabù alimentare, né regole per la preparazione o l’abbinamento dei cibi; e anche i tempi di astinenza e di digiuno prescritti hanno conosciuto una drastica riduzione. E tuttavia, in continuità con la tradizione biblica, anche il cristiano è invitato a riconoscere nell’atto del mangiare alcune fondamentali implicazioni religiose.
Al cuore della preghiera del Padre nostro troviamo una richiesta che riguarda appunto il cibo: dopo le prime tre invocazioni, in cui è in primo piano il tu di Dio, ne seguono quattro che si focalizzano sul noi di chi chiede. E la prima di queste suona “il pane nostro, quello quotidiano/necessario, dà a noi oggi”.
Il pane, che viene dalla terra e dal lavoro dell’uomo, è in profondità dono di Dio. Riconoscere questo e chiederlo è riconoscere di essere ospiti e stranieri sulla terra, non padroni: è quindi recuperare una posizione corretta nel rapporto con la realtà intera. Nella tradizione ebraica e cristiana il mangiare è segnato da una preghiera di benedizione e di lode in cui si rende grazie a Colui che conserva la creazione e salva le sue creature dando loro da mangiare. Pregare al momento dei pasti è confessare che Dio è Signore del mondo e della vita.
Se il pane è dono, anche il mondo è dono: il cibo ci invita a riconoscere che c’è un amore che ci precede, da sempre. Non era forse questo il senso della manna che Israele riceveva durante il cammino nel deserto? Imparare che viveva del dono di Dio (cfr Dt 8,3).
L’unico atteggiamento che corrisponde a questa esperienza di gratuità è la riconoscenza, la gratitudine; e questa genera il desiderio di diventare noi stessi dono. Al pane donato da Dio corrisponde il pane condiviso dall’uomo.
E infine: Gesù ha proprio scelto l’atto del mangiare e del bere, e due semplici alimenti, per lasciarci la memoria viva del senso della sua esistenza. Nell’eucaristia, pane e vino divengono il segno del dono che farà di sé sulla croce per la salvezza del mondo: il sacramento della sua vita donata. Forse la possibilità di rendere meno astratta e disincarnata la nostra partecipazione alla messa passa anche dal risignificare con maggiore consapevolezza e profondità tanti gesti quotidiani legati al prender cibo.

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Ultima modifica ilLunedì, 10 Agosto 2015 00:03
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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