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Maria di Màgdala: vedere, credere, annunciare…

In greco il testo è bellissimo, nonostante le mie nozioni estremamente limitate. Ma ho voluto ragionarci e meditarci sopra… così Maria la Magdalena (come la chiama il testo greco) mi ha detto molto. In quella sua esperienza, forse durata solo una mattinata o anche meno, davanti al sepolcro, è racchiuso il paradigma di un percorso umano e spirituale che riguarda certamente anche noi.

Non ho tratto conclusioni. Ho solo osservato la scena.

In particolare, ho trovato affascinanti e straordinariamente eloquenti due aspetti di Maria la Magdalena: gli sguardi e i movimenti del corpo. Gli sguardi, perché si modificano in base all’oggetto da lei guardato e crescono\maturano nel corso di quell’esperienza di incontro col Risorto.

I movimenti del corpo, perché mi manifestano dei movimenti interiori di progressiva conversione verso la verità di ciò che le stava accadendo.

Gli occhi di Maria la Magdalena sono uno spettacolo! Lei parla con gli occhi…

Il primo verbo che incontro riguardo ai suoi occhi è un semplice “blepo” (vedere come osservare con distacco): appena giunta davanti al sepolcro, ancora nelle tenebre, Maria osserva e constata che la pietra è stata tolta dal suo posto. Punto. Il suo sguardo non è ancora in grado di vedere oltre la materialità di ciò che le si presenta davanti.

Ben diverso è, invece, qualche minuto più tardi, lo sguardo del discepolo che Gesù amava, il quale, davanti alla tomba vuota ” vide e credette” : il primo verbo deriva da “orào”, che non vuole significare un semplice vedere, ma un comprendere, un riconoscere, un fare esperienza… è lo sguardo della fede! Giovanni era già a questo livello, mentre Maria di Magdala vi giungerà solo alla fine del suo itinerario, quando la sua dipendenza affettiva dal corpo e dall’amore “toccabile” di Gesù, sarà guarita e trascesa. Ma andiamo con ordine…

Allontanatisi i discepoli, ecco Maria, ancora davanti al sepolcro, con gli occhi pieni della morte di Gesù e, dunque, di lacrime. Tuttavia, in quella solitudine ed in quel dolore, la ricerca e il desiderio di ritrovare il Maestro la costringono ad acutizzare un po’ il suo sguardo. Ecco il verbo “parekypso” (vedere come ricercare…): i suoi occhi iniziano a scrutare l’interno del sepolcro con maggiore attenzione, per cercare, esaminare con cura, scoprire, trovare…  

E’ in questo momento che scorge i due angeli seduti proprio dove era stato deposto il corpo del Signore. Si tratta di un frangente importante: lo sguardo di Maria inizia a cambiare… Compare qui, infatti, un verbo prezioso, utilizzato dall’evangelista per descrivere la scena: “theoreo” (vedere come intuire, riflettere…). Si tratta di un vedere che è già in grado di penetrare in qualche modo la realtà osservata.

Stesso verbo nel primo incontro di sguardi tra Maria e Gesù, tuttavia ancora non riconosciuto, ma scambiato per il giardiniere.

Gli occhi di Maria non possono riconoscere Gesù, finchè non è Lui a riconoscere lei e finchè lei non si accorge di essere conosciuta sentendosi chiamare per nome: Maria!

Qui Maria la Magdalena è come Tommaso, l’apostolo. Prorompe in un’esclamazione che ha il sapore di una vera professione di fede: Rabbuni!

Tanto che, tornata dai fratelli ai quali Gesù l’aveva inviata, può finalmente dire: “ho visto il Signore!” Aveva visto il Signore, sì, ma in quel medesimo modo in cui per primo solo il discepolo amato aveva visto. Il verbo qui è finalmente anche per lei quello della fede: “orào”. 

Il cammino di Maria la Magdalena è un graduale venir fuori dalle tenebre verso la luce piena. Ma questo movimento interiore le richiede ad ogni passo un certo mutamento di prospettiva anche fisica, una sorta di riposizionamento dello sguardo che cambia a sua volta. Mi riuscirebbe piuttosto faticoso figurarmi la scena così come l’evangelista la propone: Maria avrebbe girato più volte su sé stessa… praticamente una trottola!

Ma il verbo usato per descrivere i movimenti del suo corpo nel volgersi dal sepolcro verso “il giardiniere” ed in ultimo verso Gesù è “strepho”, quello, cioè, che indica propriamente ciò che noi chiamiamo ‘conversione’.

In questo migrare interiore di Maria di Magdala, i due modi in cui Gesù la chiama quando le rivolge la parola si incastonano come pietre preziosissime nel centro di una corona cesellata dal Signore stesso nel tempo che ha preceduto questo incontro pasquale.

Il primo è, secondo la mia sensibilità, il più bello che si incontra in tutta la Scrittura. Lo preferisco anche alla classica terminologia sponsale del Cantico, dunque ad appellativi come ‘sposa’, ‘sorella’, ‘amica’… Qui Gesù dice: “gynai”…Donna. Simile a “ghennào” generare. Dunque colei che genera, che ha in sé strutturalmente la capacità di generare, partorire, portare in grembo e dare alla luce. Colei che è portatrice di vita.

La seconda pietra preziosa è il nome stesso: Maria. Cosa vuol dire sentirsi chiamare per nome nel linguaggio biblico lo si sa: conoscenza intima, profonda, amore e tenerezza, dignità e stima, possesso reciproco, come quando YHWH rivela il proprio nome a Mosè e si consegna a lui con quel gesto.

Non posso tralasciare un’ultima osservazione: quando Maria si getta ai piedi di Gesù, si sente dire da lui “non mi trattenere\toccare”. Questo verbo è “apto”… intraducibile. E’ pieno di passione, di desiderio…

Maria la Magdalena era così. E Gesù ha educato anche questo suo modo di amare e di amarlo.

La tradizione dice che Lei si sia poi ritirata in solitudine per vivere di preghiera e di silenzio, divenendo, così, icona della vita di amore contemplativo.

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Ultima modifica ilMartedì, 04 Febbraio 2014 01:47
Stefania Baglivo

Studentessa presso l'Istituto di Scienze religiose in Assisi. Lavora nel Centro d'accoglienza della Caritas diocesana di Assisi e sta imparando dai poveri a conoscere Dio.




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