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Papa Francesco e i poveri: un dono di identità per la chiesa

I poveri sono stati sempre al centro dell’annuncio cristiano: è ad essi che la buona notizia di Gesù Cristo innanzitutto si rivolge (Lc 4, 16-21) ed è in essi che il vero volto del Cristo glorioso deve essere incontrato e riconosciuto (Mt 25, 31-46).

La chiesa del Vaticano II ha riscoperto in modo molto forte e centrale questo spazio teologico nel quale la fede cristiana trova il suo definitivo contesto vitale. L’inizio del documento dedicato al dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo lo esprime come programma risolutivo della sua missione: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo” (GS 1).

Nel papa Francesco questo legame inscindibile tra il Vangelo e i poveri sembra acquistare una centralità tutta particolare. Il programma è stilato con precisione nel suo discorso di insediamento: “Il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di San Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli".
Non è sicuramente un caso allora che il cardinal Bergoglio abbia voluto assumere il nome di Francesco: il Santo di Assisi è posto dal papa a modello del servizio umile, affettuoso e tenero, che egli, come “vescovo di Roma”, vuole svolgere a favore del mondo intero.

Tra i diversi aspetti che si potrebbero sottolineare di questa relazione programmatica voluta dal papa con Francesco di Assisi e con i poveri, un elemento della storia del santo, a mio avviso, assume un valore di rilievo. Secondo il racconto fatto da Francesco stesso sull’evento che determinò la svolta risolutiva della propria vita, i poveri, anzi i più poveri tra i poveri del tempo quali erano i lebbrosi, rappresentarono la causa della sua conversione.

Dal Testamento, ultimo scritto del Santo, composto a ridosso della morte, sappiamo infatti che quando era ancora nei peccati, il Signore lo condusse tra i lebbrosi ed egli fece misericordia con essi; e da quel momento la sua vita si trasformò radicalmente, fino alla decisione di uscire dalla logica del potere e della rivalità per abbracciare, da fratello, la sorte dei minori e degli emarginati di quella società là dove avrebbe incontrato il suo Signore crocifisso e risorto.
Non fu dunque Francesco a fare qualcosa di speciale ai poveri, ma furono essi, grazie al servizio di “misericordia” svolto dal santo a loro favore, a regalargli qualcosa di impensato: la sua identità di uomo cristiano riconosciuta nel volto di Cristo povero e crocifisso. Incontrandoli e servendoli con misericordia, con bontà e tenerezza, Francesco incontrò se stesso e la volontà di Dio su di sé. Si potrebbe dire, allora, che il Santo di Assisi, proposto dal papa a modello di riferimento del suo pontificato, ricordi a tutta la chiesa un aspetto di enorme valore: l’attenzione ai poveri, in tutte le loro forme, costituisce per lei lo spazio e il tempo migliore per ascoltare la parola di Dio che la chiama a conversione. Ponendoli al centro del suo annuncio evangelico, la chiesa sa bene che nei poveri trova il momento privilegiato per riscoprire e abbracciare la propria identità che risplende pienamente nel volto del suo Signore crocifisso e risorto, il povero che ha fatto ricchi tutti.

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Ultima modifica ilVenerdì, 23 Ottobre 2015 11:30
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).

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