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'R' come… RITO

Accanto a parole che cadono in disuso, ad altre di cui poco alla volta si modifica il significato o che vengono sistematicamente fraintese, vi sono pure parole verso cui sviluppiamo una vera e propria allergia: il termine rito è una di queste. Se ascoltiamo le nostre risonanze immediate, scopriremo di percepire una sorta di fastidio, quasi un rigetto.

In sé la parola sembra avere un significato abbastanza neutro; sta per “ciò che è conforme all’ordine”: norma o insieme di norme che regolano lo svolgimento di una cerimonia, sacra o no; e quindi, per estensione, la cerimonia stessa.

Il fastidio rivela che nei confronti di questo aspetto dell’esperienza umana il nostro atteggiamento si è fatto nel tempo sempre più complesso e contraddittorio. Se andiamo indietro appena di qualche decennio, ritroviamo numerosi riti che accompagnavano la vita quotidiana: dove sono finiti? E soprattutto, perché sono scomparsi? L’illusione di impostare la nostra vita secondo i criteri della cosiddetta “razionalità” ci ha fatto guardare all’universo rituale con un presuntuoso senso di superiorità. “Rituale” è ormai quasi una brutta parola, che fa pensare a forme vuote di contenuto, ad una mancanza di intima partecipazione al senso che i gesti esprimono. Valore alternativo viene considerata l’espressione spontanea, libera, che segue l’impulso del momento o il gusto individuale. Ma le cose non sono così semplici: mentre abbiamo allegramente smantellato tutto un universo di riti (e non solo in ambito religioso: pensiamo alle consuetudini del saluto o ai comportamenti in occasione della morte di una persona), finiamo poi per ricostruire piccole o grandi pratiche rituali condivise. Come dire: non vorremmo i riti, ma ne abbiamo bisogno.

La difficoltà nei confronti del rito ne rivela una più ampia e profonda: quella nei confronti del linguaggio simbolico, linguaggio intuitivo e affettivo, gratuito e poetico, universale e personalissimo, che tuttavia attinge a profondità impossibili altrimenti. Il rito vive di simboli. Fuoco, acqua, pane, vino, sale, capo che si china, ginocchia che si piegano, braccia che si levano: gesti, movimenti e posizioni del corpo, oggetti, parole, esprimono e insieme realizzano rapporti e legami. Nel caso dei riti religiosi, ci mettono in contatto con il mistero stesso di Dio. Non possiamo sottrarci a questa mediazione, pena il perderci nell’estrema frammentazione delle espressioni individuali. Il rito ci costringe in qualche modo a superare il piano più facile del “per me è così”, del “a me piace/a me non piace”, del “come pare a me”.

Il libro dell’Esodo narra che il popolo ebreo riceve - a proposito della pasqua - il comando: «di generazione in generazione, la celebrerete come un rito perenne». Per il popolo «l’Alleanza si concretizza in una forma minuziosamente regolata di culto. Attraverso quei riti, Israele impara ad adorare Dio nel modo da lui stesso voluto» (J.Ratzinger).

Anche a noi credenti può essere utile chiederci come viviamo questa dimensione. E’ sempre possibile il rischio del ritualismo; ma la fede non può esprimersi solo attraverso gesti coniati in modo autonomo da ognuno; e una fede che presuma di vivere nella pura interiorità diventa facilmente astratta. «L’uomo non può farsi da sé il proprio culto: egli afferra solo il vuoto, se Dio non si mostra».

Forse i simboli e i segni di cui la nostra liturgia è intessuta sono diventati per noi muti, non leggibili: e soprattutto i più giovani si vedono consegnare gesti poco eloquenti da adulti che a loro volta non si sentono troppo a loro agio con quel linguaggio. Eppure è un linguaggio ricchissimo, che chiede di essere riscoperto, spiegato, “tenuto in onore”. Che possa ripetersi per noi il dialogo (a sua volta rituale) che il pio israelita intratteneva con il figlio: «Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto. Per questo io sacrifico al Signore … Questo sarà un segno sulla tua mano, per ricordare…».

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Ultima modifica ilLunedì, 02 Giugno 2014 12:01
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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