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Rut, la moabita

Avendo incontrato la volta scorsa, la prima delle grandi donne attraverso le quali la storia della salvezza viene man mano portata avanti nel percorso d’Israele, vorrei continuare ad accostarmi alle figure femminili tralasciando, per un momento, quelle maschili.

Abbiamo visto in Sara come la sterilità venga resa feconda in modo significativo e prezioso, nonché assolutamente inaspettato con la nascita di Isacco. Dopo di lei seguono altre due donne ugualmente sterili, che daranno alla luce figli importantissimi per la storia del popolo ebraico: Rebecca, moglie di Isacco anch’ella sterile, genererà Giacobbe; Rachele, moglie prediletta di Giacobbe, sterile anche lei, sarà madre della bellissima figura di Giuseppe, insieme a Beniamino.

Ad un tratto, continuando l’itinerario attraverso i libri storici, ci imbattiamo in una donna che dà addirittura il nome ad un libro (brevissimo, solo 4 capitoli ma quanto mai intenso!) e che rappresenta ancora una volta un elemento paradossale nello sviluppo della storia della salvezza: se fin qui la continuità di Israele era stata affidata ai parti miracolosi di donne sterili, ora viene addirittura mantenuta da una donna straniera.

Per comprendere la portata “rivoluzionaria” di questo passaggio dovremmo conoscere almeno un po’ la storia ed il pensiero ebraico del periodo in cui il testo viene redatto. Siamo in epoca persiana (IV – V sec. a.C.), probabilmente al tempo di Esdra e Neemia quando in Israele furono vietati i matrimoni con donne straniere e rimandate nelle loro terre quelle che già erano state accolte per salvaguardare l’integrità del popolo, soprattutto in ambito religioso. Esattamente in questo frangente compare Rut paradossale ma vero, è proprio una donna moabita ad impedire che la continuità della vita si interrompa, generando, tra l’altro, un figlio che sarà niente meno che il nonno del grande Re Davide (Obed, padre di Iesse, padre di Davide). Tanto che vediamo Rut comparire anche nella genealogia con cui Matteo presenta l’ingresso del Figlio di Dio nella storia!

Conosciamo la sua storia: sposata con uno dei figli di Noemi, alla morte del marito sceglie di rimanere accanto alla suocera e di seguirla nel suo ritorno a Betlemme. E’ proprio qui che spigolando nei campi incontrerà Booz, l’uomo che provvidenzialmente potrà prenderla in moglie e renderla madre. Quest’ultimo evento nel libro, non solo è presentato come provvidenziale ma ogni elemento sembra essere condotto precisamente da una “volontà superiore”, di bene che dispone i tasselli di un mosaico armonico.

Ciò che intendiamo biblicamente per “volontà di Dio” non ci riporta ad una applicazione ristretta e limitata a circostanze “piccine” ma sempre va riferita al grande orizzonte della salvezza, al grande fine di bene verso cui tutto tende a partire dalla creazione. È in questo grande orizzonte che si colloca tutta la “provvidenzialità” della storia di Rut, il suo essere “amica” (questo vuol dire il suo nome) di Dio e del popolo che l’ha adottata ed al quale ha reso il servizio della fecondità-continuità.

E’ dunque con lei, straniera ma amica che Dio riprende le fila della sua storia con Israele, popolo ribelle, che si avvicina e si allontana da Lui, fedele ed infedele, forte e fragile…irrimediabilmente. Eppure la salvezza continua, non si interrompe, perché il sorriso di Colui che attira a sé Israele non si spegne, né si sfalda il suo progetto. Dio spiazza l’uomo con le sue scelte paradossali, preferendo continuamente il “fuori schema” che fa saltare le perfette geometrie umane ed in questo modo conduce la storia verso la salvezza, accompagnando con la sua misericordia gli eventi e non permettendo che nulla smagli il tessuto nelle sue mani.

Come sapientemente scriveva Madeleine Delbrel:

“Dobbiamo sapere che ‘fare la volontà di Dio’ può significare l’accettare da parte nostra di non sapere in cosa consista la volontà di Dio e, non sapendola, attendere quando è possibile; quando ciò non è possibile, agire con la nostra oscurità, come ciechi che sanno di essere tali, ma che si mettono ugualmente in cammino. Quando diciamo che dobbiamo fare la volontà di Dio, punto per punto, non dobbiamo dedurre che quando si sbaglia un punto, tutto il lavoro si disfi. No, per quanti sbagli facciamo, è un tessuto che non si smaglia, resistente a tutto, e sempre la stessa volontà di Dio ci attende nell’istante che segue la nostra ribellione, piccola o grande che sia.”(Madeleine Delbrel)

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Ultima modifica ilMartedì, 14 Gennaio 2014 00:05
Stefania Baglivo

Studentessa presso l'Istituto di Scienze religiose in Assisi. Lavora nel Centro d'accoglienza della Caritas diocesana di Assisi e sta imparando dai poveri a conoscere Dio.




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