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Sara...teologia della vita

Il cuore del libro della Genesi, dicevamo all’inizio del nostro itinerario, è certamente lo sviluppo della teologia della VITA che Israele aveva elaborato nella propria culla culturale e storica, giungendo ad una visione estremamente positiva della vita stessa, dono di Dio da perpetuare fruttuosamente di generazione in generazione. Generare figli è benedizione di Dio, ma anche garanzia di continuità di un popolo che rafforza, in tal modo, la sua identità.

Ma ecco che iniziamo ad incontrare una serie di donne “private” della possibilità naturale di generare, donne sterili, alle quali, però, viene concesso “miracolosamente” di partorire figli che diventeranno importanti per la storia del loro popolo. Le donne della Genesi sono accomunate da queste caratteristiche: sterilità e maternità provvidenziale. E risulta talmente fondamentale questa trasmissione della vita, che il pensiero d’Israele elogia addirittura gli espedienti più inadeguati alla nostra sensibilità ma efficaci ai fini della generazione della vita stessa.

La prima, bellissima figura che vediamo comparire accanto ad Abramo è proprio sua moglie: Sarai, il cui nome verrà modificato da Dio stesso in Sara, la principessa.

La troviamo già al fianco di Abramo nel momento in cui la sua vita viene stravolta dall’appello di Dio ed ecco che anche Sara lascia la terra di origine per mettersi in cammino con il proprio marito. Di aspetto avvenente, ci dice il testo sacro, diventa addirittura una presenza pericolosa per Abramo nel tempo della sua permanenza in Egitto: il faraone, infatti,  avrebbe potuto uccidere lui per prendersi in moglie Sara, affascinato dalla sua bellezza. Abramo resta vivo, semplicemente mentendo sull’identità di Sara, ma lei dovrà ugualmente trascorrere un tempo come concubina del faraone. Era questa, di fatto, la condizione della donna in un ambiente culturale fortemente maschilista e patriarcale. Nonostante ciò, sorprende lo sguardo privilegiato che queste pagine hanno verso Sara: donna fatta ricettacolo di una promessa che la supera abbondantemente, collaboratrice nel dare ad Abramo, solo lei e non un’altra, la discendenza numerosa come le stelle del cielo che a lui Dio aveva assicurato.

Eppure Sara è sterile.

E quale, dunque, poteva essere lo stato esistenziale di una donna che non era naturalmente in grado di fare l’unica cosa per la quale veniva ritenuta preziosa e significativa? Donna forte, decide di sfruttare ogni espediente pur di dare figli ad Abramo, ed ecco che adotta la pratica in uso al suo tempo di far unire la sua schiava al proprio marito e di farla partorire sulle proprie ginocchia. Il figlio sarebbe stato giuridicamente suo. Il tutto avviene, ma l’esito relazionale è talmente insopportabile per Sara che, presa dalla gelosia e desiderosa di difendere la propria posizione accanto ad Abramo, finisce per allontanare schiava e figlio dalla famiglia.

Insomma, arrivata ad un’anzianità estrema, esauriti i tentativi possibili, Sara è ormai una donna delusa e disillusa…tanto che, ascoltando di nascosto la profezia dei tre pellegrini che promettevano ad Abramo un parto di Sara entro l’anno, non può far altro che ridere. Sara ride per l’assurdità di quella parola troppo ridicola. La sua praticità, dopo una lunga vita di speranze e fallimenti, la rende forse quasi cinica e decisamente scettica. Eppure neanche questo riso amaramente ironico avrà il potere di ostacolare o infrangere il progetto di fecondità e felicità che Dio le sta preparando.

Certamente vediamo in Sara tutta la fatica di ogni uomo a credere nei vasti orizzonti, a sognare in grande anche quando sembrerebbero finite tutte le possibilità matematiche di una bella riuscita. La tentazione costante per ciascuno di noi resta quella di non dare più chances alla vita, non accordarle abbastanza fiducia da non tradire l’abisso delle sue novità.    

Eppure neanche questo è un ostacolo, né per Dio né per la storia nelle sue mani. Resta sempre una possibilità.

Ed eccola Sara, proprio nell’arco di quell’anno, con Isacco in braccio. Isacco: figlio del riso. Sì, perché il ridere amaro di Sara si era trasformato, grazie  a quel figlio, in un riso di gioia, di meraviglia, di soddisfazione per la promessa realizzata.

Non c’è sterilità che tenga davanti a Dio… Anzi, proprio la condizione di maggiore fragilità e menomazione può diventare lo spazio di una maggiore benedizione, il luogo di quella scelta che Dio fa sempre dell’ultimo posto, dell’ultimo uomo-donna, per manifestare l’abbondanza della sua misericordia.

Israele riconosce, così, che la propria storia, il proprio esserci è frutto solo di questa misericordia che l’ha voluto vivo, piccolo popolo di Dio in mezzo ai popoli, superando ogni ostacolo, perché prezioso agli occhi di Jhwh. 

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Ultima modifica ilDomenica, 05 Gennaio 2014 22:14
Stefania Baglivo

Studentessa presso l'Istituto di Scienze religiose in Assisi. Lavora nel Centro d'accoglienza della Caritas diocesana di Assisi e sta imparando dai poveri a conoscere Dio.




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