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A proposito di "virtù"

Lo sappiamo tutti: molti aspetti della nostra vita quotidiana sono condizionati dalla moda.

Forse è meno ovvio che anche le parole possono essere o no di moda; e che questo non esprime mai un semplice dato di frequenza linguistica, ma parla della percezione di realtà che noi abbiamo. Così, il cadere in disuso di una parola implica sempre che siamo diventati più ciechi nei confronti della realtà che essa indica.

Tra le parole desuete di questo tempo si può annoverare certamente il termine virtù: fortemente espressivo per l’uomo dell’antichità, greco o romano, esso indicava la capacità di vivere bene propria dell’uomo, quindi ciò che lo caratterizza, il suo contrassegno.

La parola ha conosciuto alterne vicende e slittamenti anche consistenti di significato; e questo pure con il contributo del cristianesimo, che continuerà a riconoscere le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), ma parlerà pure di virtù teologali (fede, speranza e carità), che si riferiscono direttamente a Dio e «sono il pegno e la presenza dell’azione dello Spirito santo nelle facoltà dell’essere umano» (Catechismo della chiesa Cattolica, n. 1813).

Ma ora essa è divenuta estranea al nostro linguaggio, avendo assunto un sapore vagamente dolciastro e buonista, al punto che servirsene provoca quasi imbarazzo; usiamo al contrario con grande scioltezza i termini presi a prestito dalle scienze umane (comportamento, atteggiamento, etc.) come fossero più neutri e in definitiva propri di un pensiero più adulto e laico.

Può essere che questa estraneità abbia anche un’altra causa: parlare di virtù significa dire che l’umano va coltivato; sottolineare che c’è un lavoro su di sé di cui ciascuno è responsabile perché sia possibile una vita buona; e che questo lavoro comporta, in qualche modo, un’ascesi, cioè un allenamento intenzionale.

Invece ecco l’affermazione più frequente sulla bocca di tutti, sempre pronta per giustificare piccole o grandi smagliature: “È il mio carattere, sono fatto così”… Si sottintende: “Non posso farci nulla, dovete prendermi come sono”. E così sparisce la responsabilità del lavoro su di sé: con il rischio che agli occhi della persona ogni desiderio diventi diritto, ogni impulso diventi autorizzazione, ogni fragilità diventi giustificazione.

Appartengo a questo tempo… tutti questi preconcetti e diffidenze mi hanno accompagnato nella rilettura di un’opera di Romano Guardini (una delle figure più rappresentative della storia culturale europea e del pensiero cristiano nel XX secolo), opera intitolata, appunto, «Virtù». L’autore si sofferma intorno a poco più di una dozzina di virtù quotidiane: il suo pensiero mi è sembrato così limpido e stimolante da farmi venire il desiderio di spezzettarlo in una serie di brevi articoli, a metà strada tra il commento di costume e la riflessione educativa. Spero così di aiutare me e voi non soltanto a superare la difficoltà che il termine virtù provoca, ma soprattutto - con buona pace di tutti i determinismi - a guardare più in profondità chi è l’uomo e come può essere bella la sua umanità.

Ultima modifica ilDomenica, 29 Dicembre 2013 23:59
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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