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'T' come… TEMPO

Non si direbbe proprio che si tratti di una parola perduta, dato che la incontriamo abbastanza spesso. Ma si ha l’impressione che l’uso che ne facciamo riveli il nostro rapporto con il tempo come “sofferente”, vissuto all’insegna di una cronica insufficienza. Ascoltiamo per un attimo le mai abbastanza ripetute espressioni: non ho tempo, se avessi abbastanza tempo, quando ci sarà tempo; o le insistenti promesse della pubblicità di far risparmiare tempo, magari suggerendo strategie e prodotti per recuperare nel disbrigo delle necessità quotidiane una manciata di secondi. Torna alla mente, in proposito, il piccolo principe (il protagonista del capolavoro di Saint-Exupéry): al venditore di pillole per calmare la sete, che si vantava di poter far risparmiare ben 53 minuti alla settimana, il piccolo principe risponde con luminoso e sapiente candore: “io, se avessi 53 minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”.

Viviamo di fretta, passando da un’occupazione all’altra, da un luogo all’altro, da un incontro all’altro: ma paradossalmente l’enorme quantità di contenuti – che ci fa sentire molto impegnati - non riesce a darci il senso di un tempo più pieno, più ricco, più intensamente vissuto.

Dov’è l’inghippo? Maneggiamo il tempo come se fosse nostro: e mentre crediamo di possederlo ne constatiamo ancor più profondamente la fugacità e l’irrecuperabilità, che colorano le nostre giornate di una sottile e invadente ansia.

Rischiamo la frammentazione: quanto più numerose sono le cose che ci occupano, tanto più complesso diventa unificarle, non perdere il filo conduttore della coscienza dell’io che in esse si coinvolge e si esprime. Cioè non perdere la direzione del cammino nel suo insieme. E così più facilmente si vive all’insegna della voracità e del rapido consumo, quando non dell’insignificanza.

La rincorsa del tempo che non basta mai ci fa scivolare dall’attesa frenetica al rimpianto. Diventa difficile cogliere nel presente tutta la ricchezza che è in grado di comunicarci, l’appello che sempre reca alla nostra libertà. «L’uomo che è attorniato solo di contenuti, di oggetti, non ha presente, ha solo passato. Finché l’uomo si accontenta delle cose che esperisce e usa, vive nel passato e il suo attimo è senza Presenza. Il presente reale si dà solo per l’uomo di fronte a cui si fa presenza viva un Tu» (Martin Buber). Non sarà forse questa la dimensione che abbiamo perduto?

Il tempo non comincia con noi, ma con altri che si sono piegati su di noi. Quindi la sua caratteristica fondamentale è quella di essere tempo donato: e il nostro problema è rinunciare a disporne come un possesso e imparare di nuovo a riceverlo. Il tempo ci parla di una relazione fondamentale, invisibile all’occhio naturale, ma che lo sguardo di fede riesce a leggere: il rapporto con Colui che fonda il tempo e che in esso si rivela costruendo la sua storia di salvezza come “sapiente architettura del tempo”.

Noi cristiani abbiamo una responsabilità culturale: testimoniare che non viviamo il tempo come ciclico succedersi di stagioni o come caleidoscopico e affannato susseguirsi di attimi, ma come il luogo dell’irruzione dell’Eterno nella storia. Da Lui siamo chiamati a santificarlo, a renderlo altro; a viverlo nella comunione. A riconoscere il nostro tempo come tempo salvato in Cristo, nella cui storia di uomo rifiutato, ferito, crocifisso e risuscitato il tempo è diventato per sempre una dimensione presente in Dio stesso.

Come vivere questa profondità? Scoprendo che da soli non ne siamo capaci e che abbiamo bisogno di riceverla; invocheremo allora con il salmista “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”.

Chiara d’Assisi suggerisce anche: «ogni giorno porta l’anima tua in questo specchio e scruta in esso continuamente il tuo volto»; specchio è appunto il Signore Gesù Cristo, e il quotidiano portare su di Lui lo sguardo è l’umile, paziente e perseverante trama della preghiera. Ogni giorno.

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Ultima modifica ilDomenica, 15 Giugno 2014 23:48
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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