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Un dizionario di parole perdute

Le parole non sono inerti: vivono con gli uomini che le pronunciano, con le culture che ne fanno uno slogan o le mettono al bando; cambiano lentamente di significato; si logorano con l’uso improprio o con il sistematico fraintendimento.

Il nostro tempo ha uno strano rapporto con le parole. L’esplosione della comunicazione, con le tecnologie che la sostengono ad ogni livello, fa sì che siamo sommersi di parole: inutile negarlo, ciascuno di noi ascolta, legge e forse pronuncia in un anno più parole di quanto molti uomini del passato abbiano fatto in una vita intera. Forse però proprio per questa sovrabbondanza, siamo sempre meno capaci di prestare attenzione alle parole che usiamo, di prenderle sul serio. Le parole moltiplicate non sono per questo parole vere, più capaci di nutrire legami autentici. Anzi, come afferma il domenicano Timothy Radcliffe, si ha talvolta l’impressione “di una cultura in cui ci lanciamo l’un l’altro parole, riflettendo poco alle loro conseguenze. E’ come se avessimo dimenticato che parlare è un atto morale, che richiede responsabilità … Parte della nostra profonda crisi sociale nasce dal fatto che non crediamo più che le parole rivelino veramente le cose come sono”.

E dunque più che mai “è necessaria la cura, l’attenzione, la perizia di disciplinati artigiani della parola, non solo nell’esercizio attivo della lingua – quando parliamo, quando scriviamo – ma ancor più in quello passivo, quando ascoltiamo, quando leggiamo (…) bisogna combattere l’impoverimento della lingua, la sciatteria dell’omologazione, la scomparsa delle parole” (Gianrico Carofiglio).

Fermarsi sull’uso che facciamo di certe parole e magari sui loro mutamenti di significato, stabilire e svelare collegamenti nascosti dietro parole che usiamo o che non usiamo più, può aiutarci a scoprire qualcosa di noi, della nostra vita, di ciò che per noi costituisce valore o di ciò che rischiamo di perdere. Le parole recano infatti traccia del modo in cui pensiamo il mondo, noi stessi, gli altri, le cose. Comunicare è far parte di una “comunità di senso”, che implica l’uso di parole comuni. Uno dei modi per costruire una società più attenta alla persona e per superare la trappola dell’individualismo possessivo è quella di recuperare il rispetto per le parole e per il loro potere di formare e sostenere la comunità.

Attraverso le riflessioni appena abbozzate che seguiranno inizieremo quasi a costruire un dizionario, che ciascuno è invitato ad ampliare pensando in proprio. Nel desiderio (che spero condiviso) di restituire alle parole la loro verità.

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Ultima modifica ilLunedì, 20 Gennaio 2014 22:52
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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