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Riscopriamo la Cresima Parte III

Riscopriamo la Cresima: Il consiglio, l'invidia e la Giustizia

dal Catechismo della Chiesa Cattolica e Sacra Scrittura

Il significato dei doni dello Spirito Santo è sconosciuto alla maggior parte dei cristia­ni, che purtroppo si sono fermati al livello del catechismo dei bambini della prima Comunione, se pure ricordano qualcosa. La nostra Fede ha un linguaggio tecnico, diverso da quello della televisione, ed è importante conoscerlo, perché esprime ve­rità profonde e decisive per la nostra vita. Il dono chiamato "Consiglio" non consiste nel fatto che lo Spirito Santo potrebbe dare qualche amichevole suggerimento, co­me mi ha detto un saccente parrocchiano l'altro giorno: in realtà il senso è quello del latino "consilium" che significa decisione, scelta importante, deliberazione.

Lo Spirito del Consiglio dona la capacità di operare delle scelte autonome, veramente proprie al momento opportuno, libere dalle paure o dai condizionamenti che paralizza­no. Infatti per fare la volontà di Dio, che è l'unica che salva la nostra vita, è neces­sario poterla scegliere liberamente. Pensa a quante decisioni sbagliate hai preso per seguire la truppa, o quante scelte hai mancato per paura di rischiare: capisci l'importanza di accogliere  -e sfruttare- il dono del Consiglio?

Vi ricordo che con la Confermazione ci vengono regalati i doni dello Spirito Santo innanzitutto per soppiantare le abitudini maligne che portiamo nel cuore: per acco­gliere il dono del Consiglio occorre vincere in primo luogo il vizio dell'invidia.

Anche l'invidia è un peccato capitale, nel senso che sta a capo di molti altri peccati. Essa è la deviazione di un sentimento, che è buono in se stesso, ma una volta deviato genera tristezza e divisione. Il Signore ha messo nel cuore di tutti una santa invidia, vale a dire il desiderio di imitare, uguagliare o anche sorpassare con l'aiuto della grazia, le virtù del prossimo. Quando però, questo sentimento di emu­lazione è deviato, il bene del prossimo è visto come un attentato, un'aggressione alla nostra pretesa superiorità. Dunque un'ingiustizia fattaci. Di qui la tristezza ogni volta che consideriamo il bene altrui.

L'invidia è una di quelle nostre malattie che Gesù si è addossato sulla croce. Non c'è bellezza in lui — dice il profeta Isaia — perché ha preso su di sé i nostri pec­cati e ha portato le nostre ferite. L'Antico Testamento definisce queste tendenze come volpi che distruggono la vigna in fiore. Per il Vangelo esse sono come le ben­de che impedivano a Lazzaro già risuscitato di camminare. Sono i diavoli che Gesù caccia nel branco di porci che precipitano nel lago. Ancora: sono le piaghe che i briganti producono a quel tale che aveva lasciato Gerusalemme, cioè la Chiesa. Si tratta della zizzania che cresce in mezzo al buon grano.

L'invidia nasce dall'orgoglio, dal non tollerare qualcuno superiore a sé. In tal caso si vede chi ci sembra superiore come un rivale. Essa, dicevamo, è vizio capitale pro­prio perché sta a capo di molti altri peccati. Genera infatti l'odio, la maldicenza, la calunnia. Produce gioia di fronte ai malanni e alla sventura del prossimo, quando nel cuore si pensa: gli sta bene! Così la paga! L'invidia causa tristezza per la fortu­na, i beni e la stima degli altri. Davanti ai beni altrui l'invidioso sta male e nutre il desiderio di appropriarsene, sennonché l'interesse per le cose altrui si trasforma immediatamente in avversione per chi le possiede. Infatti l'invidia è una forma di egoismo che nuoce al prossimo, toglie la pace, alla fine diventa omicida come in Caino. La Scrittura dice che Caino è invidioso del fratello Abele, non sopporta le be­nedizioni che il Signore concede allo stesso Abele per la sua docilità e generosità. Caino fa la faccia triste, il cuore acido. E alla fine gli si arma anche la mano. Se non è distrutta, l'invidia può portare ad uccidere. Accade a Cai­no, ma accade anche al Signore, ucciso per invidia dice il Vangelo, e accade a Pie­tro e a Paolo, condotti alla fine al supplizio per la denuncia di alcuni "cristiani" invi­diosi. Quell'animale di Nerone, infatti, se n'era dimenticato. Ci pensarono alcuni "fedeli" della comunità cristiana a ricordarglielo, per l'invidia che portavano agli Apostoli. Oltre a Caino, la Bibbia ci offre un'altra immagine incisiva dell'invidia ed è il diavolo, il serpente, il quale, invidioso dei beni e della felicità di Adamo e di Eva, li tenta, li inganna con sofismi, con ragionamenti cioè che utilizzano una particella di verità avvolgendola ben bene nella menzogna.

Per l’invidia la morte è entrata nel mondo. Ce lo insegna la Sapienza. Essa si introduce nel cuore più spesso di quel che ci sembra. "Se l'invidia fosse febbre — di­ce il proverbio — tutto il mondo l'avrebbe". Tra fratelli di carne è più frequente di quanto siamo indotti a pensare. L'invidia ti fa vedere che per te l'eredità è stata in­feriore; che sei stato trattato meno bene; hai studiato di meno, hai avuto occasioni minori... È una zizzania nascosta che, a volte, impiega trenta o quarant'anni a spuntare. Aspetta la morte dei genitori per mostrarsi.

Il Signore è venuto per mettere nelle nostre mani questo nemico, perché ab­biamo a sradicarlo e distruggerlo senza pietà. Uccidili tutti — dice la Scrittura — e sbatti i suoi bambini contro la pietra. Non aver pietà di nessuno. Non salvarne uno solo, perché sarebbe una trappola per te. E’ evidente di quali nemici la parola dice di non avere pietà: dei peccati, dei vizi, dell'invidia nel nostro caso, dei suoi figli e nipoti, dei sentimenti che germogliano e che sono assassini. Il Signore ci vuole be­ne. Per questo viene, e viene con armi potenti, quali la sua Parola, i suoi Sacra­menti, il suo stesso Spirito, la sua vita data per noi.

Accogliere il dono del consiglio significa prendere le giuste decisioni con l'aiuto dello Spirito Santo, cioè agire per compiere la volontà di Dio e non per inseguire ciò che invidiamo negli altri; in questo modo il prossimo cessa di apparire come un rivale che toglie qualcosa e può essere guardato con benevolenza. Nasce così in noi la virtù della giustizia. Anche in questo caso il significato del termine "giustizia' non coincide con l'uso comune ("dare a ciascuno ciò che gli spetta"): la giustizia di Dio nella Bibbia è la sua infinita misericordia, perciò il giusto è colui che è in sintonia con l'amore di Dio. Infatti venuto meno lo sguardo maligno dell'invidia, che vede negli altri un ostacolo o un mezzo per ottenere i nostri scopi, possiamo riconoscere nel prossimo il fratello da amare, perdonare, aiutare. La virtù della giustizia ci spin­ge a preferire il bene di tutti ai nostri vantaggi privati.

Per rafforzare in noi questa virtù occorre, come per ogni altra virtù cristiana, ricevere regolarmente la Parola di Dio, i Sacramenti e pregare, poi, in modo specifi­co, occorre applicarsi quotidianamente a vincere il nostro egoismo con atti di ge­nerosità verso il prossimo, con una costante attenzione alle necessità delle persona intorno a noi, dedicando un poco del nostro tempo a soccorrere i più bisognosi.

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Ultima modifica ilDomenica, 26 Gennaio 2014 18:09
Giovanni Isidori

Studente di Sacra Teologia all'Istituto Teologico di Assisi.

Ausiliario alla Sicurezza presso la Basilica di San Pietro in Vaticano.

Cantore nel coro-guida "Mater Ecclesiae", coro gregoriano di risposta nelle celebrazioni presiedute dal Sommo Pontefice.

Sito web: https://www.facebook.com/giovanni.isidori



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