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Scusa la modestia: sono troppo bello per te

II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO B)

Marco 9,2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Con Mosè era stato chiaro. Eppure se c'era uno che meritava quella grazia era proprio lui. Perché svegliarsi una mattina per portare a spasso il gregge e scoprirsi nel mirino di Dio non è mai cosa dalle dolci faccende; nemmeno sapersi fragili di lingua e trovarsi al cospetto del faraone per convincerlo a lasciar partire Israele. Men che meno, appena al di là del Mare, vedersi costretti per quarant'anni a manovrare un popolo che sognava le vecchie pentole di cipolle d'Egitto e cercare di sintonizzarlo nelle frequenze di un Dio che parlava di una terra dove, al posto di pentole e cipolle, ci stavano latte e miele che scorrevano a fiumi. E lui, uno dei migliori pastori di greggi, sempre ficcato là: a metà strada tra un Dio tutto santo e un popolo dagli ormoni agitati. Sapendo poi dove lo saluteremo – ad un passo dalla Terra Promessa: la vedrà (se la gusterà con lo sguardo) ma non ci entrerà -, quella richiesta sapeva di fanciullità, di onesta voglia di vederlo questo Amore che gli aveva scompigliato i suoi viaggi di pastore: «Mostrami la tua gloria!» (Es 33,18). Ti prego, mostrami che faccia hai: ti voglio vedere, Dio dei miei padri. E Lui, il Dio inafferrabile, ancora una volta a non concedersi. «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo». Evviva la modestia del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe: “Sono troppo bello, Mosè. Scusa, ma se mi vedi, svieni”. Un'unica concessione, giacchè anche Dio s'intenerì per quel dolce richiamo del cuore: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere». (Es 33,18-23) Il volto no, Mosè: è questione di sicurezza. Le spalle sì, lo meriti. Siediti lì, io passo e ti copro il viso: poi guardami. Sono il tuo Dio. “Dio brutto e cattivo: non si tratta così Mosè, povero cristo di pastore”.

Sopratutto se quello che non fu concesso a quell'uomo martoriato, lo si concederà un giorno ad un pescatore. Perchè così Dio volle: ai pastori le spalle, ai pescatori il volto. Parola di Marco, uno dei quattro che hanno scritto: «Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime» (liturgia della II^ domenica di Quaresima). Mica i più santi: li ha scelti di cuore e di petto, tre a nome di tutti. Anche a nome di Mosè. Li ha portati su per il monte per fare loro una confidenza: si è fatto d’una bellezza inconsueta, si è trasformato tutto in un’armonia, sorride come mai prima d'allora. Tre uomini, non dodici, devono ricevere quell’anticipazione del Regno, devono sapere come Lui è davvero. Perché non è uguale come tutti gli altri giorni. Per un istante vuole deporre la sua camuffatura d’uomo, collaudare se – gettata la maschera e vestitosi di sole e di neve – la loro amicizia resisterà o si tradurrà in paura. Resiste? Così e così: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Grande Marco, chissà Pietro quanto gliel'avrà rinfacciata quell'annotazione. Però c'è, ed è giusto che rimanga: «Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati». Spaventati per troppa bellezza: glielo aveva detto a Mosè, anche quella volta sulla cima di un Monte. Non fu, dunque, vigliaccheria d'amante quel pomeriggio, fu delicatezza d'Amore: "Non voglio spaventi, voglio sguardi". Sul monte sta anche lui, il vecchio Lucifero, lì appena dietro Pietro: “Bloccalo, bloccati qui, bloccatevi. Cosa ve ne importa di quelli rimasti laggiù?”. Il Demonio lo sa che l'uomo è fatto per gli incanti: fermarsi dove è felice, dimenticare giù nel caos della valle le tribolazioni e il destino degli altri che non sono stati prescelti, nascondersi in quella miseria dove il cielo sembra carezza la terra.

La Trasfigurazione è un avvenimento di preghiera; diventa visibile ciò che accade nel dialogo di Gesù con il Padre: l'intima compenetrazione del suo essere con Dio, una compenetrazione che diventa pure luce (…) Ciò che egli è nel suo intimo e ciò che Pietro aveva cercato di dire nella sua confessione, si rende percepibile in questo momento anche ai sensi: l'essere di Gesù nella luce di Dio, il suo proprio essere luce come Figlio.

(J. Ratzinger, Gesù di Nazareth)

Tutti a casa, invece: tutti giù nella valle. A raccontare, a incoraggiare, a confortare. A spandere giù per il crinale quella storia che sa di buono. Nessuno quassù, a due passi da Lui: tutti giù, seriamente impastati di storia, di fango e di polvere. Tutti giù dagli altri; e in fretta, pure. Quella confidenza non fu privilegio di pochi, fu una consolazione per tutti. Dio non mente, è bellissimo, alla faccia di tutti coloro che lavano i panni quaggiù: «Nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche». Povero, vecchio diavolo.

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Ultima modifica ilSabato, 28 Febbraio 2015 21:37
  • Citazione: Mc 9,2-10
Don Marco Pozza

Creativo e poliedrico, don Marco Pozza nasce il 21 dicembre 1979 a Calvene (VI) e diventa sacerdote il 6 giugno 2004. Dopo aver dedicato i primi tre anni del suo sacerdozio come vice-parroco in un quartiere alle porte di Padova, ha intrapreso gli studi per conseguire il Dottorato in Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma: dal 17 settembre 2011 è Cappellano della Casa di Reclusione di Padova (sez. penale).

Curioso interprete di un cristianesimo dell'innamoramento, esercita il suo sacerdozio nelle vesti inedite di scrittore, di giornalista (è editorialista di Avvenire) e di maratoneta. Ragione per cui – all'infuori delle sbarre del carcere – è quasi impossibile non trovarlo in viaggio per conto di Lui. Pur consapevole che la strada che Dio gli sta tracciando sarà ben lungi dai Sacri Palazzi, ha scelto in anticipo quello che potrebbe essere l'incipit della sua prima enciclica: «Ho odiato ogni minuto di allenamento ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri ora e vivi il resto della vita da campione» (Cassius Marcellus Clay).

Custode di una personalità dalla difficile interpretazione e gestione, tutto trova luce e ragione nel suo essere sacerdote innamorato della sfida che Dio ha posto sulle sue spalle.

http://www.sullastradadiemmaus.it/

1 commento

  • Paolo Morandi
    Paolo Morandi Lunedì, 30 Marzo 2015 15:47 Link al commento

    E dai! Perché devi sempre usare delle "frasi insolite" quanto di norma del tutto non solo sbagliate, ma persino non di rado che sanno di bestemmia?... Come si fa, infatti, a parlare di Dio, dicendo che è "brutto e cattivo" (anche se tra virgolette)?
    Ed inoltre, come puoi dire, parlando dell'Onnipotente: "Evviva la modestia del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe!"... Ma ti rendi conto che tratti il Signore come se fosse un personaggio di una tua operetta?




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