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Storia di un fallimento letterario

Un giorno, non molto tempo fa, ho partecipato a un concorso letterario. Pensavo di vincere. Anzi, ne ero quasi sicura. Sognavo di sfruttare il talento e la gioia di scrivere per guadagnare, e così aiutare economicamente la mia comunità, che aveva dei problemi in tal senso (e li ha ancora).

Bisognava scegliere un’immagine tra alcune proposte e scrivere un breve racconto a partire da essa, senza superare il numero di battute prestabilito.

L’immagine che avevo scelto era una parola in rosso, esplosiva: BOOM.

boom

Ne è nato un racconto che ho intitolato: Samuele e il giardino di luce.

Ora ho ripescato quel racconto, perché è bello... volevo condividerlo con voi.

Però ho cambiato l’immagine e il titolo. Perché qui non c’è nessun concorso né regolamento, c’è solo la gioia di essere fratelli in un cammino, verso la luce. E questo racconto lo esprime.

Anche se non ha vinto nessun premio.

L'URLO E LA LUCE

Samuele correva, correva.

Aveva nel cuore tumulto, temporali, tempeste.

Tutto il suo corpo, la sua mente, il suo essere più profondo erano concentrati nella fuga.

Scappava e piangeva.

E quelle lacrime navigavano nello spazio e nel tempo, a ritroso,

ripercorrendo con Samuele strade accidentate, impervie, infangate di ricordi pesanti e opprimenti.

Samuele scappava, lacerato dalla sofferenza e dalla solitudine.

Non aveva una meta definita, luminosa, che lo attirasse.

Era disintegrato in mille pezzi fluttuanti nello spazio, pezzi sconnessi e vaganti nel nulla,

in attesa di liberazione e di unità.

Era esploso, Samuele, condensando, concentrando, congelando in un urlo disperato tutta la sua rabbia e il suo dolore impotente.

Onde sonore graffianti, ululanti, imploranti. Onde sonore indesiderate, inascoltate, rifiutate.

E Samuele correva, scappava, piangeva.

Correva nel vuoto, scappava dal vuoto, piangeva bagnato di vuoto.

Non si era ancora accorto, Samuele, che il suo cuore era un giardino seminato,

pronto a fiorire di luce,

e che le sue lacrime lo stavano innaffiando.

“Egli abiterà con loro… e sarà il Dio con loro, il loro Dio.

E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate.

…Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

Dillo a Samuele.

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Regina

Quando sono entrata in monastero, nel secolo scorso (nel lontano 1988), si scriveva ancora a mano, si spedivano le lettere e le cartoline di carta, si aveva in dotazione personale un kit "da ufficio", composto da penne, pennarelli, gomma, righello, fogli, buste, cartoncini, forbici, colla... Il mondo aveva un altro ritmo.

Poi nacque qualcosa di nuovo che lo accelerò, lo trasformò, come si trasformano le particelle di un atomo in presenza di nuovi componenti. E ci fu un nuovo ingresso in monastero: il computer.

Entrò cercando di capire e di farsi capire, perché parlava un'altra lingua, sconosciuta fino ad allora. Ma si inserì così bene nella nuova realtà che presto divenimmo inseparabili.

E fu così che Dio mi prese nella rete, per lanciarmi in spazi lontani senza spostarmi, per navigare senza imbarcarmi, per creare senza cercare oggetti.

Con quale scopo lo capirò strada facendo, anzi, giga facendo. Lui me lo dirà.

La rete raccoglie ogni genere di pesci...io vorrei essere di quelli buoni.

Perché nella rete del Padre mio ci sono molti posti, ed e' bello esserci.




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