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L'ateismo, rifiuto di Dio

 

Ateismo

Costituzione Gaudium et spes, nn. 19-21

L’ATEISMO, RIFUTO DI DIO

C’è un filo che lega l’uomo a Dio. Fortissimo. Fragilissimo.

“Se l’uomo esiste è perché Dio l’ha creato per amore e, per amore, non cessa di dargli l'esistenza; e l'uomo non vive pienamente secondo verità se non riconosce liberamente quell'amore e se non si abbandona al suo Creatore” (Gaudium et Spes, 19).

È questo che rende grande l’uomo, qui sta la sua profonda dignità: nell’essere chiamato alla comunione con Dio, a entrare in dialogo con Lui, quale interlocutore.

Molti oggi non percepiscono questo legame, oppure lo rigettano in modo esplicito. Vediamo l’uomo rifiutare Dio, quasi fosse qualcosa di estraneo alla sua vita, qualcosa che non gli appartiene. L’uomo rifiuta Dio, come si rigetta un organo dopo il trapianto. Eppure è un organo vitale.

La Chiesa si pone con forte preoccupazione di fronte a questo fenomeno. Occupandosene, nel documento conciliare Gaudium et spes da cui ho tratto la citazione di apertura, mostra grande attenzione ad esso non solo come fenomeno filosofico che riguarda le concezioni del mondo e di Dio, ma anche come fenomeno storico e religioso che riguarda la situazione esistenziale dell’uomo nel suo rapporto con il mondo e con Dio.

Da quel documento ad oggi sono passati cinquant’anni. A ben vedere, oggi, ci troviamo di fronte, più che a un ateismo teorico, al vuoto della relazione con Dio. Dio sembra più un oggetto di cui siamo competenti, che un soggetto con cui entrare il relazione (anche con trepidazione!). Dio non è più il Tu di un dialogo.

Come dire: sappiamo troppo di Dio, per andargli vicino.

Quale rimedio? La Chiesa ne propone alcuni, che ruotano attorno a quelle caratteristiche che sono “il meglio” dell’uomo: comunicare e generare. Quando l’uomo si apre all’altro, si realizza; quando l’amore diventa gratuito e si esprime in qualcosa che è “altro da sé”, si realizza.

L’uomo si allontana dal Mistero di Dio quando non ama e non genera, quando si chiude all’amore e alla vita e vive ripiegato su di sé, mentre vi si avvicina (anche inconsapevolmente) quando vive la gioia della gratuità, quando dona gratuitamente o riceve in modo gratuito, e in questo donare o ricevere sente il cuore riempirsi di gioia.

Dio è il senso più profondo di ciò che ci riempie di gioia. Potremmo dire, con S. Tommaso, che il senso più profondo di ciò che ci riempie di gioia è “ciò che chiamiamo Dio” (et hoc dicimus Deus).

 

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Irene Tonolo

Sono insegnante di Religione nella scuola superiore, con una lunga esperienza nell'animazione dei giovani e giovanissimi, esperienza che ho tralasciato per dedicarmi alla famiglia (sono moglie e madre), ma che mi ha segnato profondamente e mi guida ancora oggi nel mio lavoro.




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