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Riscopriamo la Cresima Parte VI

La conoscenza, l'ira e la Fede

dal Catechismo della Chiesa Cattolica e Sacra Scrittura

Lo Spirito Santo ci dà il dono della conoscenza, non però nel senso che impariamo tutto senza studiare: il dono consiste nel desiderio e nella capacità di conoscere la verità delle cose e delle persone intorno a noi. L'uomo guidato dalla carne si ferma alle apparenze, si ferma alla prima impressione, perché in fondo è sempre la più comoda. Risponde ai suoi schemi rassicuranti che si è fabbricato da solo e con cui giudica tutta la realtà. Lo Spirito di conoscenza ci spinge vigorosamente fuori da noi stessi, dalle nostre autocontemplazioni. Ci impedisce di giudicare e condannare il prossimo e i fatti che Dio ci manda, perché in primo luogo riconosce che nel mistero di Dio e del prossimo si entra solo con la carità e che non si finirà mai di penetrare nel mistero; questo tipo di conoscenza rende impossibile strumentalizzare chi ci circonda, vince il vittimismo che tanto volentieri ci portiamo dietro perché ci serve a giustificare rancori e malignità.

Chiaramente la tendenza che più si oppone a questo prezioso dono dello Spirito Santo è l'ira, che per sua natura è cieca, impedisce cioè di conoscere al di là del proprio naso ac­contentandosi della prima impressione per scatenarsi. L'ira, dicono i Filosofi e i Padri della Chiesa, è una deviazione dell'istinto che porta a difenderci, quando siamo assaliti, respin­gendo la forza con la forza. È, nel fondo, il desiderio di far prevalere la propria volontà. Allora, nascono in noi dei moti, contro coloro che ci hanno fatto un torto, per davvero, o che sembra che ce l'abbiano fatto.

L'ira dunque nasce dall'eccessivo amore di sé, dallo smodato desi­derio d'insegnare, dall'impazienza, dall'amore dei beni di questo mondo che non soppor­tiamo ci vengano negati o toccati, dalla nostra pigrizia quando si sente molestata, dai no­stri commerci quando non fruttano quel che avevamo progettato... è maliziosa, generata dall'orgoglio ferito; è una fiamma dell'inferno che ci entra nell'anima, un fuoco che possiamo subito spegnere o alimentare in un incendio di grandi proporzioni. Per que­sta ragione i Santi, come Doroteo di Gaza, distinguono l'ira dal rancore.

L'ira è un primo moto, una reazione peccaminosa ma impulsiva,che può essere e restare momentanea. Può essere spenta subito. Lo vedremo. Il rancore, invece, è l'ira as­secondata, lasciata penetrare nell'anima, a produrre sentimenti di vittimismo e di vendet­ta; è un acido che corrode il cuore, toglie la pace e introduce il diavolo nell'intimo di sé stessi. Attenti, ripetono i Santi, a non ospitare un traditore nella tua casa, dentro di te. Prima ancora dei Santi e dei Padri della Chiesa, è la Scrittura, precisamente il Vangelo e S. Paolo nella lettera agli Efesini, che distinguono l'ira dal rancore. Avere completamente vinto l'ira è difficilissimo, quasi da angeli. Anche il cristiano — continua S. Paolo — facil­mente cade in questo peccato. Il problema serio è non permettere che l'ira diventi ranco­re. A questo proposito la Scrittura usa due espressioni importanti (cf Ef 4,26-27):

  • Non lasciate tramontare il sole sulla vostra ira
  • Nell'ira non date occasione al diavolo; non lasciatelo entrare.

Che cosa ci vuoi dire il Signore? "Non lasciar tramontare il sole" significa non far durare l'ira oltre l'istante in cui è scoppiata. Non darle tempo. Non custodirla. Non ascoltare le ra­gioni e gli eccitamenti. Spegnere nel Signore quel carboncino acceso, come ripete Doroteo di Gaza. S. Paolo aggiunge: nell'ira, non date occasione al diavolo. Cioè, se ti succede di adirarti, lascia però il diavolo fuori della porta. Come? Dimentica subito; perdona subito. Non covare vendetta. Non rimuginare. Non conservare l'ira nel tuo cuore. Essa è come un uovo. Poi si schiude e nascono tanti serpentelli. Allora la tua anima riceverà morsi da tutte le parti.

Quale rimedio il Signore ci offre per l'ira e, soprattutto, per fuggire il rancore? Ce né uno che è infallibile: tener sempre davanti agli occhi e nella propria mente i nostri peccati. Non stimiamoci superiori agli altri, migliori degli altri. Non avere un alto concetto di sé. An­zi! Ricordando i propri peccati, imparare a rinnegare il proprio io. Questo lo insegna anche S. Benedetto, quando parla delle buone opere e ci introduce nell'officina spirituale in cui si forgia il cristiano. S. Benedetto ci esorta a stroncare gli effetti dell'ira distruggendo in noi il ricordo delle offese ricevute. Ecco qual è il significato delle parole latine da lui usate, che devono essere tradotte così: non dare compimento all'ira, cioè non portarne a termine gli effetti, stare nei primi danni se proprio non abbiamo potuto evitarli. L'ira non arriva "a compimento", cioè non matura i suoi frutti nefasti, se non è custodita, se non si conserva nel cuore il male ricevuto, se non si dà agli altri una pace che è falsa. Dunque, nessuna vendetta. Ecco l'officina spirituale che fa il cristiano, secondo S. Benedetto.

Dicono ancora i Santi che l'ira, il Signore ce l'ha data come tendenza perché possiamo combattere con vigore il diavolo, le sue trappole e i peccati, non i nostri fratelli. Il cristiano  è un atleta; nel senso che è uno che sa combattere. Non è vero che il cristiano è un im­peccabile. Solo Cristo non pecca mai. La fede ci capacita alla battaglia, addestra le nostre mani alla guerra, come cantano i salmi. E’ la guerra contro i vizi. Combattiamo la nostra propria volontà. Guai rifiutare di farsi curare con i santi rimedi della Chiesa. Chi non si fa curare e dunque non si converte si troverà nudo nell'ora della necessità, vale a dire che non avrà il vestito delle virtù e sarà gettato nelle tenebre. Lo dice il Vangelo di Matteo al capitolo 22, quando racconta di un uomo che pretende di stare al banchetto dì nozze sen­za l'abito nuziale, che è appunto il vestito battesimale delle virtù.

Il cristiano vive una litur­gia che non dura soltanto il tempo della Messa. La nostra liturgia è di ogni momento, in casa e sul lavoro. A Messa concludiamo questa liturgia, poniamo il sigillo e iniziamo da capo. Questa liturgia consiste in un culto che celebriamo nel nostro corpo e nella nostra anima, combattendo i vizi, lasciandoci fasciare dalla Chiesa le ferite che ci siamo prodotti, permettendo che ci siano tolte le cicatrici, perché Cristo ci risuscita e ci ricrea.

Il dono della conoscenza aiuta a impiantare in noi la fede come virtù, come attitudine sta­bile del nostro essere. La fede è virtù teologale, come la speranza e la carità, cioè si eser­cita innanzitutto nel rapporto con Dio; è offerta nel sacramento del Battesimo, va accolta e alimentata ascoltando la Parola di Dio e frequentando regolarmente i sacramenti. La fede è virtù necessaria perché la presenza di Dio in questo mondo non è sempre evidente, e per conoscerlo occorre saper superare le apparenze. La mentalità del nostro tempo tende a negare Dio, specialmente Dio di Gesù Cristo, e noi viviamo immersi in questa mentali­tà; in più molti eventi nel mondo spesso si presentano come tragici e assurdi: guerre, ter­remoti„ ingiustizie... e anche nella nostra vita non mancano croci, sofferenze, solitudine; la domanda che affiora è sempre la stessa: dov'è Dio? Dov'è il suo amore per noi? Perché permette tutto questo male? La fede è la virtù che ci rende sicuri dell'amore del Signore per noi anche quando le circostanze intorno a noi sembrano negarlo: la fede ti permette di riconoscere la presenza di Dio misericordioso anche nei momenti più bui, anche nell'assurdo, perché la fede sa che Gesù è sceso nell'assurdo e nell'ingiustizia della croce, di ogni croce, perché anche tu possa sostenere la tua di croce e uscirne vincitore, perché possa ricevere già ora, nel tuo spirito, la grazia della risurrezione e la vita eterna.

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Ultima modifica ilVenerdì, 21 Febbraio 2014 10:15
Giovanni Isidori

Studente di Sacra Teologia all'Istituto Teologico di Assisi.

Ausiliario alla Sicurezza presso la Basilica di San Pietro in Vaticano.

Cantore nel coro-guida "Mater Ecclesiae", coro gregoriano di risposta nelle celebrazioni presiedute dal Sommo Pontefice.

Sito web: https://www.facebook.com/giovanni.isidori



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