banner header
Log in

Riscopriamo la Cresima Parte VII

La pietà, l'accidia e la Speranza

dal Catechismo della Chiesa Cattolica e Sacra Scrittura

Il dono dello Spirito Santo che si chiama pietà non è solo la "compassione", è molto di più. Il termine latino "pietas" indica il giusto rapporto con Dio. È la risposta a tutti i benefi­ci che Dio ci fa, al suo amore che è arrivato fino a inviare il suo Figlio per noi chiedendogli di amare fino alla fine perché noi potessimo vivere felici, liberi dai nostri peccati e dalla paura della morte. In ebraico la stessa parola hesed (esed) esprime sia l'amore di Dio per l'uomo, sia la risposta no­stra a questo amore: la risposta giusta allora è ripagare Dio con la stessa moneta con cui Lui ci ha amati, con l'identica attitudine, cioè con tutto se stessi.

La pietà è la gratitudine per il Signore, è il desiderio di mettere Lui sempre al primo posto; corrisponde al primo e più grande dei comandamenti: "amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze". Perciò è dono dello Spirito Santo. Infatti noi che siamo così egoisti e disgregati come potremmo amare Dio con tutto di noi stessi? È dono perché vi­vere questo amore, sorgente di ogni vero amore, è la nostra salvezza e felicità, che tante volte invano abbiamo cercato nelle cose e negli affetti solo umani.

Il vizio, la malattia interiore che più si oppone al dono della pietà si chiama accidia, o pi­grizia; è un vizio capitale. "Capitale" è una parola che deriva da capo. Si tratta cioè di un vizio che è alla testa di tante situazioni e conseguenze. L'accidia si manifesta come negli­genza, una sorta di mancanza d'interesse generale; ci si sente fiacchi nel corpo, affettati nello spirito. E' un demonio che vela l'anima di una tristezza sottile. Il cuore sembra stanco di tutto. Le giornate diventano di cinquanta ore.

Questo demonio, quando prende possesso della nostra persona, si manifesta con segni precisi. Il primo segno che la pigrizia suscita in noi è l'avversione per il “luogo”, l’ambiente vitale in cui abitualmente viviamo. Se sei sposato ti dà noia la casa; se sei prete la parrocchia. Tutto ti sembra grigio e anonimo, sempre uguale; pare che lì dove vivi e lavori la tua vita non abbia più stimoli. Allora cominci a guardare di qua e di là, cominci a desiderare altri ambienti, a invidiare la casa e le situazioni di altri. Sì, il pigro è sempre un invidioso. L'avversione per il luogo facilmente si manifesta nella donna come insoddisfazione della cucina, del soggiorno, dei mobili; per il marito è tutta la casa che dà noia: le chiacchiere, i problemi, le mille seccature... Già l'infastidisce l'idea di tornare a casa la sera.

Un altro segno è l'avversione per il proprio stato di vita. Un prete vorrebbe es­sere sposato; chi è sposato trova nel matrimonio o nella moglie una gabbia, una insopportabile mutilazione della libertà. Chi non ha figli li vorrebbe; chi li ha li desidera totalmente diversi. Uno vor­rebbe essere alto, un altro più brillante, una terzo si cambierebbe la faccia o il lavoro; qua­si tutti vorrebbero avere un'altra età. La pigrizia ti fa guardare attorno e ti suggerisce che con le persone che ti vivono accanto non potrai mai essere felice; ti mette in odio lo stato in cui vivi, la storia che hai; ti insinua che tu avresti meritato di più, molto di più, e che in fondo Dio non è poi stato così generoso con te. Ecco! Siamo qià arrivati, senza accorger­sene, a dubitare dell'amore di Dio per noi.

Il terzo passo è l'avversione per chi vive con te e attorno a te. Ti sembra che il loro amore sia sparito e che tu stesso non potrai più amarli come prima. Sembra che nessuno ora possa consolare il tuo cuore. Se poi qualcuno ti ha contristato, il demone si serve di questo per aumentare l'avversione: ti dà fastidio come l'altro mangia, cammina, come parla o perché tace, come schiocca le labbra. Insomma è uno snervamento.

Dopo che il demonio della pigrizia ha seminato in te queste avversioni, ti mette nell'anima desideri insistenti. Ecco, ora cominci a desiderare altri luoghi: Un'altra casa, un'altra donna, un altro lavoro, un altro ambiente. Ti sembra che solo cambiando tu pos­sa tornare a vivere. Hai bisogno — ti dice il diavolo — di un'altra donna: più viva, di un altro lavoro meno faticoso, di un guadagno maggiore. E al desiderio di altri luoghi aggiunge subito il desiderio di altre persone: forse un amore troncato, gli amici che avevi, le oc­casioni di vita, vere o inventate, che hai lasciato perdere.  Adesso nella fantasia tutto si fa grande e bello, il desiderio rende tutto più vivo, perché il regno del demonio è la testa, dove non ci sono fatti, ma nostalgia, sensazioni, progetti: un mondo fatto d'aria.

Dopo che ha acceso il motore dei desideri, il demonio inizia la terza fase. Adesso ti fa vedere la vita che t'aspetta se non cambi: lunga lunga, come la galleria buia del Gran Sasso, noiosa da morire. Cioè, il demonio, che è ladro, ti ruba il futuro, ti dice che non hai futuro, hai davanti solo fatiche e sopportazioni. Ma è vita questa? Il vizio impiega tutte le sue batterie perché tu abbandoni il matrimonio se sei sposato, il monastero se sei religioso. La pigrizia, se da una parte t'infiacchisce e ti paralizza, dall'altra ti crea una ec­citazione nervosa, un nevrotico bisogno di cambiamenti. T'affatica il cuore, sottolineandoti le miserie presenti e te lo eccita con sogni e fantasie che ti sembrano a portata di mano. Spegne il ricordo di Dio e ti ingrandisce quello del mondo. Adesso le cose di Dio le vedi pesanti: la Messa è una pizza, pregare t'annoia, i comandamenti sono roba da medioevo, mentre il mondo luccica, ti sembra voglia dire vita, libertà. Così la trappola si chiude e l'incauto che ci casca soffrirà al risveglio tutti i tormenti del disinganno.

Abbiamo visto, rapidamente, i segni della pigrizia, ma qual è la sua radice? Da dove nasce? E' una forma di protesta contro la vita e la tua storia. Nel fondo il pigro non accetta qualche aspetto importante. Forse non accetta, magari senza rendersene conto, i genitori che ha, non accetta d'esser nato povero, o poco intelligente; non accetta un'umiliazione. Poiché non accetta, il pigro si ribella scioperando. La pigrizia, infatti, è una forma di sciopero contro la vita, contro Dio. E' dire a Dio con i miei atteggia­menti che la vita che mi ha dato non mi piace. E allora incrocio le bracca, non mi muovo, non faccio proprio niente. Faccio vedere che non ci sto. Al fondo della pigrizia si nasconde sempre un cuore ribelle e orgoglioso. Il pozzo da cui esce la pigrizia è una rivolta contro Dio e contro le situazioni della nostra vita. Nelle forme estreme, la pigrizia ci conduce alla paralisi: allora ci chiudiamo nella depressione. Cioè, non solo io non faccio niente, ma obbligo gli altri a fare, a prendersi cura di me, vittima innocente del destino. L'accidioso è rancoroso, contempla se stesso e si scopre sempre una vittima degli altri e di Dio. Allora agisce sovente con malizia, quasi dovesse vendicarsi di tutti; è anche un pusillanime, un pauroso, perché di fronte alla minima difficoltà cede subito le armi, si rinchiude nel suo cantuccio. L'accidioso infine cade nella disperazione, la vita così male interpretata gli ap­parirà come una sofferenza inutile, una grossa ingiustizia di un Dio che gioca e si diverte con le sue disgrazie: così odia la volontà di Dio, odia la sua stessa vita.

La virtù che nasce dal dono spirituale della pietà si chiama speranza. La speranza è l'opposto dell'accidia, nasce infatti dalla gratitudine per i benefici ricevuti dal Signore. Dice S. Paolo: la speranza (cristiana) non delude: non si fonda sui nostri sogni o su pretese in­consistenti della nostra fantasia, ma sui fatti: sul perdono del Signore e sulla vita di grazia che ha cambiato la nostra vita. La speranza è un modo diverso di vedere ogni cosa: certo è il contrario della disperazione, ma anche di ogni illusione; ci insegna a vedere il presente e il futuro con la luce giusta: la morte e la risurrezione di Cristo. Cioè il cristiano non ha bi­sogno di far finta che non ci sia la croce, le difficoltà, le sofferenze, la morte, come spesso facciamo quando sogniamo un futuro a modo nostro, però sa che c'è la risurrezione. Sa, perché ne ha fatto l'esperienza, che ogni croce si affronta vittoriosamente appoggiandosi al Signore, alla sua misericordia. Sa, con S. Paolo, che Dio non permette sofferenza alcuna nella nostra vita senza darci la forza di superarla, se lo vogliamo.

È questa, in breve, la speranza cristiana.

-----------

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni ed integrazioni. E’ consentito riprodurre l’opera a condizione che sia integrale (o in parte) e che sia citato l’autore e la fonte (www.buonanovella.info) a cappello dell'articolo citato.

Ultima modifica ilVenerdì, 28 Febbraio 2014 00:01
Giovanni Isidori

Studente di Sacra Teologia all'Istituto Teologico di Assisi.

Ausiliario alla Sicurezza presso la Basilica di San Pietro in Vaticano.

Cantore nel coro-guida "Mater Ecclesiae", coro gregoriano di risposta nelle celebrazioni presiedute dal Sommo Pontefice.

Sito web: https://www.facebook.com/giovanni.isidori



Per poter lasciare un commento devi prima fare il login oppure effettuare la registrazione

17°C

Roma

Bel tempo

Umidità: 63%

Vento: 9.66 km/h

  • 11 Apr 2016 20°C 13°C
  • 12 Apr 2016 23°C 16°C
I segni dei tempi li sappiamo riconoscere?