banner header
Log in

Riscopriamo la Cresima Parte VIII

Il timore del Signore, l'avarzia e la carità

dal Catechismo della Chiesa Cattolica e Sacra Scrittura

Contrariamente a quanto comunemente si pensa, il dono dello Spirito Santo chiamato Timore di Dio o del Signore non è la paura che Dio ti punisca. Per punirci bastano le conseguenze delle nostre scelte, spesso prese con superficialità, noncuranti delle conseguenze.. Il timore del Signore proviene da una doppia consapevolezza: la grandezza del dono di Dio e la coscienza della propria debolezza.

Chi non ha mai gustato quanto è buono il Signore vive nel cinismo e non ha nessun timor di Dio, anche se va a Messa e non bestemmia mai. Chi non vede la propria debolezza presume costantemente di sé e sottovaluta le conseguenze dei propri peccati, facendo disastri. Chi ha accolto il dono del timore ha la preoccupazione di non perdere per superficialità i doni preziosi che Dio fa, quindi prega anche se è nell'aridità o ha poco tempo, va a Messa anche se è scomodo o noioso, perché sa che senza la Parola di Dio e l'Eucaristia non può vivere felice, non può avere pace nel cuore. Ciò che più gli preme è di non dispiacere a Dio, come quando uno è innamoratissimo e non vuoi perdere la fidanzata: perciò si tiene vigile e lontano dalle occasioni di “peccato” perché sa che cade facilmente. Alcune giaculatorie di S. Filippo Neri: "Gesù mio, non fidarti di me"; "Se Tu non mi aiuti, Gesù mio, io cadrò"; "Io diffido di me stesso, Gesù mio, e confido solo in Te"; "Dio mio, quando ti amerò con amore di figlio?".

L'ostacolo maggiore da superare per far posto al santo timor di Dio si chiama avarizia; Gesù dice: o me o il denaro! Non potete amare Dio e il denaro. Non lo dice di altri peccati. Purtroppo è difficile credere davvero di essere avari. E invece lo si è, e tanto. Vale proprio per questo vizio quello che dice Gesù: son venuto a convincervi di peccato. 

Quando ho cominciato il mio cammino di conversione potevo accettare che mi dicessero superbo, iracondo, lussurioso, ma non avaro. E invece lo ero, tanto. Ma occorre la grazia da parte di Dio e un po' d'umiltà per vedere.

L'avarizia è chiamata dal Signore abominio. E' peggiore di molti altri peccati che ci scandalizzano. L'avarizia — prosegue la Scrittura — è insaziabile. Dante la raffigura con una lupa affamata, e osserva che fa vivere in modo gramo molta gente. Si, perché se vai nella villetta di un avaro, ti porta nello scantinato. Vivono lì, in un garage. Il piano superiore è un museo per la polvere. Dopo dieci anni le sedie del salotto hanno ancora la plastica. Vai a un party e le signore hanno gioielli finti. Quelli veri sono dietro un quintale d'acciaio, in banca. Entri in una famiglia e nove liti su dieci sono per il denaro: per la luce, il telefono, questo e quello. Si rapina per denaro. La prostituzione viene per il denaro. La tratta di persone si fa per denaro. Si spaccia droga per il denaro. Molto spesso si arriva all’aborto per cause economiche. Il mercato degli organi, ha per motore il denaro. Così la pornografia, l'usura, il gioco d'azzardo, la frode nel commercio, i rancori tra fratelli di sangue che spesso non si riconciliano neanche davanti ad una bara. Terribili sofferenze. Tutte gridano vendetta al cospetto di Dio. Ecco perché la Scrittura parla di "abominio".

Quando il denaro entra nel cuore, entra la desolazione. Se la lampada che guida i tuoi occhi è l'amore ai beni, dice il Vangelo, se questa è la tua luce, quanta tenebra c'è in te! L'uomo che ama il denaro - ci ricorda il Salmo - è come un animale che perisce. Resta tutto qui. Godrà dei suoi beni qualcuno che neanche si ricorderà di lui. Gesù ha dedicato delle parabole contro l'amore al denaro, per avvertire chi mette la vita nei beni. I Santi dicono tutti la stessa cosa. Han potuto fare e dare tantissimo, perché, come S. Francesco, calpestano il denaro come la ghiaia. Del resto il denaro rincorre chi lo disprezza. Gesù, che era ricco, s'è fatto povero e figlio di poveri, per noi. Molti santi ci parlano del vizio della proprietà. Non è che il Signore ci voglia poveri, ma liberi. Siamo stati fatti per Lui, non per i soldi o per dei mattoni, per dei mobili. Il cristiano ama tutte le cose, ma è libero. 

S. Teresa d'Avila diceva: Quando è digiuno, digiuno! Quando è pernice, pernice! E S. Paolo: ho imparato a vivere nell'abbondanza e ho imparato a essere lieto senza niente. Gesù muore libero da tutti i beni: nudo, perché dà la tunica. Dà gli amici, come Giovanni; dà la sua Madre. E' lo spoliamento assoluto. Così, quando il Padre guarda il Figlio, nulla vede che non sia suo. Il cammino cristiano comincia  con il distacco e la libertà dai beni, progredisce con la rinuncia al proprio io e alla propria volontà. La morte è l'ultimo atto di abbandono: abbandoniamo le cose per abbandonarci nelle braccia del Signore.

Poiché è difficilissimo vedersi avari, cerchiamo nella nostra vita i segni dell'avarizia, i rami.

Primo ramo: non credere nelle promesse di Dio. Il Signore è Provvidenza, davvero! Ma quasi nessuno lo crede veramente. "Guardate i passeri del cielo, non filano, non accumulano, eppure il Padre vostro li alimenta": credo che più del 90% di chi va a Messa lo ritiene un bel pensierino, una meditazione pia ma non il criterio con cui vivere. Guarda un fiore, la piuma di un uccello: mai sei stato vestito così bene. Pensiamo che sia un'esagerazione poetica, un modo di dire. E allora perché non prendiamo le forbici e tagliamo dal Vangelo questo e quel passo? 

Il secondo ramo è: l'amore al comfort, cioè darsi piacere in tutto. Uno passa la vita offrendosi tutto ciò che le sue possibilità gli permettono. Ne è obbligato da una schiavitù interna. Strumentalizza tutto e tutti. Arriva a casa e vuole la pasta cotta come vuole lui, il programma sportivo che vuole lui, lo altera il solo fatto che la moglie dica qualcosa, sbuffa se il bambino strilla, lo irrita tutto ciò che gli impedisce di alimentare il suo ego. Non sa soffrire, assolutamente. E' rimasto alla fase orale, infantile. Sente il bisogno di prendere dalle cose, dalle persone; non è mai cresciuto; non sa dare; prende sempre e soltanto. S. Paolo dice che il contrario dell'amore non è l'odio, ma l'avarizia. Se l'amore è darsi, spendersi, il suo contrario è l'avidità, l'essere avidi di piaceri, di ragioni, di beni...

Il terzo ramo dell'avarizia è: essere implacabili. Un avaro non lo pieghi. Non puoi toccargli il cuore; ce l'ha corazzato con l'acciaio dell'egoismo. Vede un povero e subito vede un imbroglione, uno scansafatiche, uno scocciatore, uno che è meglio che impari a lavorare... L'avaro ha l'anima implacabile. L'implacabilità dell'avaro è stoltezza, perché agendo in questo modo non si fa amici in cielo. Quando andrà in cielo non avrà chi lo difenda davanti alla sua coscienza. Avrà soltanto i suoi peccati ad accusarlo. Nessuno dirà: Ma Signore, questo qui mi ha aiutato, ha avuto misericordia di me, perdonalo! Il Signore ci ripete: Intanto che sei per via (cioè in vita) accordati col tuo avversario (perdona), fai elemosine per avere amici nelle dimore eterne. L'implacabile rivolge la sua durezza contro se stesso. Alla fine fa danno a se stesso. L'avaro non conosce ciò che intristisce il cuore, è avido di gloria mondana, manca di coscienza e, ciò che è peggio, non teme Dio, non teme il giudizio di Dio: non ha fede, non ha fiducia, si sente insicuro. Allora si attacca alla creatura, ai soldi. 

Il timore di Dio, se lo vogliamo, scaccia l'avarizia, questo stolto aggrapparsi ai beni che passano, e fa crescere in noi l'amore al prossimo, ci insegna che i nostri beni servono a fare la volontà di Dio, ad amare. Fa nascere in noi la virtù teologale che sì chiama carità. È teologale perché nasce dal rapporto col Signore, se siamo disposti a lasciarci amare da Lui; è virtù nostra perché l'amore di Dio ci viene donato e ci trasforma rendendoci capaci di amare gli altri, con lo stesso tipo di amore con cui Gesù ha amato noi, ovvero: con tutto se stesso. Se i beni del mondo, il denaro e tutto il resto passano, la carità non passerà mai, dice S. Paolo. Ci segue in cielo. Ci farà risuscitare con Cristo. Da tristi, egoisti, vittimisti e implacabili, come sono gli avari, la carità ci rende gioiosi, generosi, eterni; la carità è l'effetto della vita eterna dentro di noi, la prova sicura che lo Spirito Santo abita il nostro cuore.

-----------

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni ed integrazioni. E’ consentito riprodurre l’opera a condizione che sia integrale (o in parte) e che sia citato l’autore e la fonte (www.buonanovella.info) a cappello dell'articolo citato.

Ultima modifica ilVenerdì, 21 Marzo 2014 00:40
Giovanni Isidori

Studente di Sacra Teologia all'Istituto Teologico di Assisi.

Ausiliario alla Sicurezza presso la Basilica di San Pietro in Vaticano.

Cantore nel coro-guida "Mater Ecclesiae", coro gregoriano di risposta nelle celebrazioni presiedute dal Sommo Pontefice.

Sito web: https://www.facebook.com/giovanni.isidori



Per poter lasciare un commento devi prima fare il login oppure effettuare la registrazione

17°C

Roma

Bel tempo

Umidità: 63%

Vento: 9.66 km/h

  • 11 Apr 2016 20°C 13°C
  • 12 Apr 2016 23°C 16°C
I segni dei tempi li sappiamo riconoscere?