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Scoprendo Paolo - 2

Teologia Paolina

Lettera ai Romani

Troviamo gli stessi temi di Galati nella lettera ai Romani, che però è diversa per spirito: se in Galati Poalo scriveva quasi eccitato, con stile rapido e nervoso, qui si mostra sereno, pacato, profondo. La lettera ai Galati nasceva infatti da una necessità, quella di intervenire in una situazione concreta; la lettera ai Romani (comunità che Paolo non conosce, ma alla quale intende appoggiarsi per il suo viaggio in Spagna, che considera la sua ultima impresa: arrivare lì significava portare il Vangelo fino ai confini del mondo… le colonne d’Ercole!) si presenta come un’esposizione più calma e completa delle idee suscitate dalla polemica. Entrambe oppongono Cristo, giustizia di Dio, alla giustizia che gli uomini pretendono di meritare con i loro sforzi. Anche a Roma, infatti, rischiano di contrapporsi cristiani provenienti dal giudaismo e dal paganesimo.

A questi, e agli altri, Paolo ricorda: la croce di Cristo è potenza di Dio, per la salvezza di tutti gli uomini disposti ad accoglierla. E dice “non mi vergogno del Vangelo”, perché sa bene di cosa parla: il Cristo crocifisso è uno che ha fallito, se guardato con occhi umani; la croce, per chi non crede, è la vergogna per eccellenza. Lì invece si rivela la giustizia di Dio, la sua fedeltà al suo patto, al suo amore verso la creatura, a se stesso.

Paolo torna su quello che è il tema centrale del suo pensiero: la salvezza mediante le fede. Essa è accessibile a tutti, perché l’amore di Dio raggiunge tutti, giudei e pagani. Non è una questione di merito, di privilegio. Quindi chi ha la Legge, chi ha la Torah, non si ritenga superiore agli altri. La Legge non giustifica, non ci fa giusti. Per le opere della Legge, per il fatto di osservare la Legge, non verrà mai giustificato nessuno. La Legge infatti ci fa conoscere ciò che è peccato ma non ci dà la forza per uscirne fuori. Tutti siamo peccatori. Ma tutti siamo anche giustificati, resi giusti da Dio, gratuitamente, non perché lo meritiamo, ma per la sua grazia ('charis', in greco, parola chiave della teologia paolina), ovvero la tenerezza amorosa di Dio che si è manifestata nella redenzione attuata da Cristo. L’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della Legge. Questo non significa (sarà la conclusione errata a cui giungerà Lutero) “basta dire sì e si è salvi”, perché questo amore di Dio ci trascina dietro a Lui, le opere seguono la fede.

L’esempio a sostegno di questa tesi è Abramo, che prima di credere non ha compiuto nessuna opera: Dio gli si offre, Abramo crede, e ciò è sufficiente affinché Dio gli dica “tu sei un salvato!”. Ad Abramo è accreditata giustizia perché si affida a Dio, non perché sacrifica il figlio o perché si fa circoncidere! Ora, se Abramo è padre di tutti, bisogna che ci sia un “meccanismo” per arrivare a tutte le genti, e non può essere un “meccanismo” solo dei giudei. Ora, quello che è di tutti è la fede, e non la Legge, che può essere solo di pochi.

Dio, che apre un futuro di vita ad Abramo, è lo stesso Dio che apre un futuro di vita in Cristo. Dio, che ha tratto dalla morte del grembo di Sara il figlio della promessa, trae dalla morte Cristo. E il suo “destino” è anche il nostro, perché a Lui siamo profondamente legati, intimamente legati: noi, battezzati, cioè immersi in Cristo Gesù, siamo battezzati nella sua morte e resurrezione, questo significa che crocifissi con Lui, sepolti con Lui, morti con Lui… vivremo con Lui. Siamo trascinati in una vita completamente nuova, liberati dalla Legge (che è in sé buona e santa, ma non salva) per vivere secondo lo Spirito. È la libertà cristiana, che non vuol dire non far niente o vivere da libertini, anzi, è un impegno: servire con la forza dello Spirito che ti dice “ama”, “dà speranza”… è più impegnativo che vivere sotto una legge che ti dice cosa fare e cosa non fare.

Se non ci fosse Cristo, noi vivremmo in questo dilemma: sappiamo che da una parte c’è la legge e dall’altra l’impulso che ci spinge al male. Riconosciamo che la legge è buona, ma le nostre forze non riescono a fare quello che la legge chiede. Ecco che facciamo cose cattive, che non vogliamo! In noi c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di praticarlo. È una situazione angosciante, che Paolo descrive perfettamente. “Sono uno sventurato! chi mi libererà?” si chiede. La risposta è una soltanto: Gesù Cristo. Egli mi libera e mi dà l’energia per vivere oltre la legge, non nel senso che la disprezzo, ma che la attuo pienamente. Questa energia è il suo stesso Spirito.

Paolo contrappone due mentalità, il vivere secondo la carne e il vivere secondo lo Spirito. Il cristiano non è sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in lui. Ma se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene, aggiunge Paolo. Appartenere a Cristo non significa essere iscritti ad un’anagrafe o varcare la soglia di una chiesa, ma avere lo Spirito di Cristo dentro. È lo stesso amore di Cristo, lo stesso amore di Dio Padre. È questa l’intimità di cui come cristiani dovremmo godere.

Come si vede, una lettera densa, che qui si è tentato di riassumere. Chi volesse affrontarla, lo faccia con lo spirito del camminatore, che sale la montagna, considerando la fatica, ma sapendo che godrà di un’incantevole bellezza.

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Ultima modifica ilMercoledì, 23 Aprile 2014 00:41
Irene Tonolo

Sono insegnante di Religione nella scuola superiore, con una lunga esperienza nell'animazione dei giovani e giovanissimi, esperienza che ho tralasciato per dedicarmi alla famiglia (sono moglie e madre), ma che mi ha segnato profondamente e mi guida ancora oggi nel mio lavoro.

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