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La Terza Ammonizione di S.Francesco

Ammonizione 3: L'OBBEDIENZA PERFETTA

Dice il Signore nel Vangelo: «Chi non avrà rinunciato a tutto ciò che possiede non può essere mio discepolo» (Lc 14,33), e: «Chi vorrà salvare la sua anima, la perderà» (Lc 9,24). Abbandona tutto quello che possiede e perde il suo corpo colui che sottomette totalmente se stesso all'obbedienza nelle mani del suo superiore. E qualunque cosa fa o dice che egli sa non essere contro la volontà di lui, purché sia bene quello che fa, é vera obbedienza.
E se qualche volta il suddito vede cose migliori e più utili alla sua anima di quelle che gli ordina il superiore, volentieri sacrifichi a Dio le sue e cerchi invece di adempiere con l'opera quelle del superiore. Infatti questa é l'obbedienza caritativa, perché compiace a Dio e al prossimo (Cfr. 1Pt 1,22).
Se poi il superiore comanda al suddito qualcosa contro la sua coscienza, pur non obbedendogli, tuttavia non lo abbandoni. E se per questo dovrà sostenere persecuzione da parte di alcuni, li ami di più per amore di Dio. Infatti, chi sostiene la persecuzione piuttosto che volersi separare dai suoi fratelli, rimane veramente nella perfetta obbedienza, poiché sacrifica la sua anima (Cfr. Gv 15,13) per i suoi fratelli. Vi sono infatti molti religiosi che, col pretesto di vedere cose migliori di quelle che ordinano i loro superiori, guardano indietro (Cfr. Lc 9,62) e ritornano al vomito (Cfr. Pr 26,11; 2Pt 2,22) della propria volontà. Questi sono degli omicidi e sono causa di perdizione per molte anime con i loro cattivi esempi.

Dopo le due ammonizioni iniziali, dove abbiamo intravisto la proposta da parte di Francesco sia del progetto (Amm. 1) che dell'antiprogetto cristiano (Amm. 2), la prima parola commentata dal Santo ai suoi frati nella terza ammonizione possiede una forza e una valenza straordinaria nell'articolazione dell'essere frati minori: la vera , caritativa e perfetta obbedienza. Il primo commento fatto da Francesco ai due testi di Luca, posti all'inizio dell'ammonizione, nei quali Gesù invita i suoi discepoli a lasciar tutto per lui e a perdere la loro anima per salvarla, dà l'impressione che Francesco proponga la visione monastica sull'obbedienza "sicut cadaver". Infatti, per Francesco il frate minore realizza le due richieste di Gesù quando "offre tutto se stesso all'obbedienza nelle mani del suo prelato".Tale era la visione benedettina secondo cui l'obbedienza è il primo grado dell'umiltà: il monaco perfetto è quello che dipende totalmente dall'abate rinunciando alla sua autonomia e alla sua volontà, similmente a ciò che deve fare il soldato nei confronti del suo capitano. Tuttavia, l'articolazione offerta subito dopo da Francesco per spiegare cosa significhi per lui questa consegna nelle mani del prelato sembrerebbe smentire radicalmente tale ipotesi. L'obbedienza pensata e proposta da Francesco non è quella del monaco-soldato, ma del fratello-amico.

Tre sono le situazioni particolari presentate nel seguito dell'ammonizione per chiarire cosa significhi l'obbedienza quale consegna di sé, specificando che l'obbedienza può essere vera, caritativa e perfetta. Il primo caso è quello che sembrerebbe costituire la situazione di fondo vissuta dai frati nella vita quotidiana, chiamati ad una "obbedienza vera", che io tradurrei come "obbedienza responsabile", dove al singolo è richiesto di gestire con diligenza e impegno ciò che gli è stato affidato come suo ministero o servizio per il bene degli altri; ogni sua decisione, presa nella responsabilità di voler assolvere al suo ufficio e incarico e che sa non essere contro il suo ministro e la fraternità, è sempre un atto di consegna di sé obbediente (ob-auditum),perché deve "ascoltare" con attenzione la situazione concreta per servirla e amarla: ed essa è «vera obbedienza».

A questa normalità della vita si aggiunge invece il caso («E se qualche volta»), considerato da Francesco un'eccezione, in cui la volontà del frate e del ministro non concordino tra loro. Il Santo, in questo frangente, chiede di fare l'«obbedienza caritativa». Nella tensione comune verso la comprensione e la realizzazione della volontà di Dio può accadere infatti che tra i due vi siano divergenze di vedute su ciò che è «meglio». A partire dai ruoli di servizio assegnati all'interno della fraternità, Francesco chiede al suddito di «consegnare spontaneamente», cioè mediante un atto supremo di libertà, la sua volontà. Mi sembra che questa obbedienza, chiamata dal Santo caritativa, possa essere definita anche "obbedienza consegnata", dove ci si affida all'altro sacrificando la propria volontà e consegnando la propria autonomia mediante un atto supremo di libertà. Tale atto di obbedienza nasce però da una fiducia reciproca, in cui comune è il desiderio di fare la volontà di Dio, entrambi liberi dalla concorrenza e dalla tentazione del potere. Due fratelli che si fidano e si affidano consegnandosi reciprocamente in un atto di mutua obbedienza.

All'interno di questa possibilità di disaccordo, però, vi può essere anche il caso di una obbedienza che si può qualificare come "ritirata", ma chiamata da Francesco come «perfetta obbedienza», quando il suddito cioè sente l'impossibilità di aderire con la sua "anima" alla richiesta del prelato. Due sono le soluzioni offerte dal Santo davanti ad una situazione di grave conflitto tra il comando del superiore e l'anima del singolo. La prima costituisce un'assoluta novità nel contesto della spiritualità religiosa del tempo: egli può ritirare e negare la sua disponibilità ad obbedire. Contrariamente alla visione monastica benedettina, per Francesco, l'obbedienza del frate resta sempre e comunque "responsabile" di sé fino a potere e dovere dire di no al suo prelato! A questa prima parte della soluzione il Santo di Assisi affianca subito una seconda parte altrettanto evangelica e paradossale: «Pur non obbedendogli, tuttavia non lo abbandoni». Non a caso Francesco qualifica questo terzo tipo di obbedienza come "perfetta", perché il frate è chiamato ad una obbedienza più impegnativa delle due precedenti: nelle prime due infatti vi era una facile univocità dell'atto, che si presentava o come "obbedienza responsabile" (autonomia personale nelle decisioni) o "obbedienza consegnata" (dipendenza dalla decisione del ministro); al contrario nel terzo tipo il frate deve vivere una faticosa doppia attenzione di ascolto attento a due realtà tanto assolute quando difficili da conciliare: alla sua anima a cui deve "obbedire" e ai suoi fratelli che non deve lasciare. Per il monaco-soldato questa possibilità di una obbedienza ritirata di fatto non esiste, mentre per il fratello-amico della visione di Francesco essa è parte della fatica che il frate deve fare nel dover capire volta a volta quale delle tre obbedienza egli deve vivere per consegnarsi alle mani dei fratelli così da consegnarsi a Dio. Si tratta per Francesco di vivere il dramma della libertà responsabile tesa tra la "resistenza e la resa" quale doppio passo del vivere l'amore adulto dei rapporti quotidiani.

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Ultima modifica ilDomenica, 12 Gennaio 2014 18:35
Padre Pietro Maranesi

Sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Rettore dell' Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi. Docente di Teologia Dogmatica e Francescanesimo all'Istituto Teologico di Assisi. Autore di varie pubblicazioni tra le quali Facere Misericordiam (2007), L'eredità di frate Francesco (2009), Il sogno di Francesco (2011), La clausura di Chiara d'Assisi (2012).




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