banner header
Log in

'U' come… USO

Una parola piccola, quasi dimessa, utilizzata con frequenza sulle confezioni dei prodotti, in espressioni come istruzioni per l’uso, modalità d’uso, precauzioni d’uso, a indicare brevi didascalie affidate al linguaggio tecnico che in modo stringato cerca di dirci tutto quello che abbiamo bisogno di sapere per potercene servire con soddisfazione o senza pericolo. La incontriamo anche nel linguaggio giuridico, a evocare o delimitare precisi diritti.

Invece sono sbiaditi almeno altri due significati, su cui vogliamo riflettere perché possono dirci qualcosa di interessante su di noi.

Il primo significato è quello di abitudine, consuetudine, costume… forse ricordiamo ancora l’espressione “usi e costumi”, che si incontrava talvolta nei testi di geografia o di storia, per dire il patrimonio di tradizioni, gesti e comportamenti condivisi in una certa area culturale o famiglia di fronte alle circostanze più diverse dell’esistenza (saluti, celebrazioni, feste, malattia, morte…) e normalmente fatti propri da tutti. Un patrimonio la cui trasmissione si è quanto meno inceppata: è così ampio lo scarto di possibilità e risorse fra una generazione e l’altra, tutto cambia così in fretta, che questo “sapere come” appare ormai non più condivisibile; ne sono eco le espressioni un po’ sconsolate che cogliamo sulla bocca dei nostri anziani: “una volta si usava… adesso non si usa più”. I comportamenti individuali si frammentano e ciascuno deve in un certo senso inventare da sé come muoversi nelle diverse circostanze. E se fosse tempo di rivalutare l’idea che esistono degli “usi” che meritano di essere conservati e trasmessi? E di chiederci come comunicarli (ma forse sarebbe meglio dire testimoniarli) a chi viene dopo di noi?

Il secondo significato invece vede la parola uso come contrario di possesso. Essa delinea un rapporto povero e umile con le cose: che appunto mi sono affidate, possono e devono servirmi, ma non mi appartengono. Per noi, abituati all’usa e getta, è ormai abituale pensare “una cosa è mia e posso farne quello che voglio, al limite distruggerla”. In un mondo in cui si aveva meno era più ovvio mantenersi nella posizione del semplice “uso”: gli oggetti venivano utilizzati fino al limite, oppure “passati” (ciò che non era più utilizzato da uno sarebbe servito ad altri). La tradizione monastica affidava anche al linguaggio il compito di educare a questo, prescrivendo di non utilizzare il possessivo “mio” e di sostituirlo con una perifrasi che ricordava appunto il rapporto di uso: cella, utensili, persino l’abito non era “mio” ma “di mio uso”. Non che le parole da sole possano garantire ciò che accade nel cuore! Ma possono aiutarci a ricordare.

Il modo in cui ci serviamo degli oggetti è paradigmatico del nostro rapporto con la realtà tutta intera. Basta guardarsi attorno per vedere ovunque tracce di un rapporto di possesso e sfruttamento con la natura e l’ambiente, e spesso anche con le persone. Ma se ripensiamo alla creazione che esce bella e molto buona dalle mani di Dio ed è affidata all’uomo perché la coltivi e la custodisca - come ci suggeriscono le prime pagine della Bibbia - non possiamo non invocare per noi uomini del terzo millennio la grazia di ritornare almeno un po’ a questo rapporto povero: per riscoprirci partecipi della stessa benedizione che trae dal nulla tutte le cose; per imparare di nuovo la gratitudine come unica posizione adeguata alla struttura della realtà. “Che Dio ci conceda di udire sempre e di far udire agli altri l’immensa musica delle cose” (Teilhard de Chardin): potremo allora cantare come Francesco d’Assisi “Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature”.

-----------

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni ed integrazioni. E’ consentito riprodurre l’opera a condizione che sia integrale (o in parte) e che sia citato l’autore e la fonte (www.buonanovella.info) a cappello dell'articolo citato.

Ultima modifica ilLunedì, 23 Giugno 2014 09:28
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

Altro in questa categoria: « 'V' come… VERITA' 'T' come… TEMPO »



Per poter lasciare un commento devi prima fare il login oppure effettuare la registrazione

17°C

Roma

Bel tempo

Umidità: 63%

Vento: 9.66 km/h

  • 11 Apr 2016 20°C 13°C
  • 12 Apr 2016 23°C 16°C
I segni dei tempi li sappiamo riconoscere?