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La Bontà

Strano destino hanno le parole (e i concetti che esse indicano)! Sovente un leggero e progressivo slittamento di significato finisce per trasformarne completamente il senso. Questo è forse anche il caso dei termini bontà e buono, che si sono ammorbiditi e smussati fino ad indicare qualcosa di dolciastro e di innocuo anziché una energia potente in grado di incidere sulla realtà e di cambiare la vita.

Cosa intendiamo dire quando diciamo di qualcuno che è buono? Spesso – sottilmente - stiamo cercando un modo gentile di dire che “non è un’aquila”, che non ne consideriamo particolarmente degne di nota le capacità intellettive o di giudizio o di azione efficace. Oppure intendiamo dire “bonario”, che lascia fare, è accomodante e rifugge dai conflitti. O ancora, quando rivolgiamo a un bambino la raccomandazione di “essere buono”, intendiamo raccomandare di “essere docile e non fare capricci”. In tutte queste accezioni va persa una caratteristica fondamentale della bontà: quella di essere un’attitudine di forza, radicata nelle profondità dell’uomo.

Romano Guardini ne dà una definizione in apparenza semplice: «Buono è colui che ha una buona opinione della vita, che pensa fondamentalmente bene di essa».

Non è difficile avere un’attitudine e un’opinione cattiva verso la realtà: quella, ad esempio, di colui che è sempre proteso ad ottenere il dominio sugli altri e il controllo delle situazioni e che soffoca la vita attorno a sé con il suo autoritarismo ambizioso. «La vera bontà lascia a ciò che vive lo spazio aperto e il libero movimento, anzi glielo crea perché solo là la vita può fiorire».

O quella di chi è perennemente nel rancore contro la vita, convinto di aver subito torti o di essere sempre vittima di ingiustizie e di tradimenti, e cerca così – consapevolmente o meno – una rivalsa. «La vera bontà è magnanima e consente agli altri libertà, perché ha fiducia e aiuta la vita a ricominciare sempre di nuovo».

Spesso la cattiveria ha radici nell’invidia: invidioso è colui che, sotto qualche aspetto, avverte che altri hanno qualcosa che a lui manca e per questo diventa amaro; l’invidia è un veleno sottile che intossica tutto con una sorda ostilità. «La bontà invece prescinde da sé e consente agli altri la gioia di essere e di avere quanto a lei difetta e riesce a gioirne lei stessa».

Di che cosa ha bisogno la bontà autentica per sostenersi? Di che cosa è fatta?

Essa necessita di una fondamentale posizione del cuore: la capacità di apprezzare, stimare, favorire tutto ciò che vive, di aiutarlo affinché possa crescere.

Inoltre essa è fatta di forza: la vita e la realtà sono spesso opache e piene di pena; «se uno è ben disposto verso la vita, la pena viene a lui e vuol essere da lui sentita, ma questo affatica; vuol essere capita, ma questo stanca» e ciò è particolarmente vero per la comprensione del dolore. Non è autentica bontà una disposizione benevola che rimane debole, perché facilmente può essere sommersa dalla compassione o diventare prepotente per salvarsi.

Essa richiede ancora pazienza, soprattutto con il limite e con i difetti propri e altrui, tanto resistenti che … li impariamo subito a memoria! E richiede umorismo: «Chi considera l’uomo unicamente sul serio, sotto il profilo morale o pedagogico, alla lunga non riesce a farcela con l’uomo … umorismo è la capacità di un sorriso amichevole sulla stranezza di tutto ciò che è umano».

Un’ultima cosa: la bontà ha bisogno di silenzio. Quando è vera, essa non parla molto, non si fa largo a spintoni, non fa chiasso né si pone sotto i riflettori. «Quanto più è profonda, tanto più è silenziosa: è il pane quotidiano di cui si nutre la vita».

Non si contano le affermazioni della Scrittura che testimoniano la bontà di Dio, una “bontà per tutta la vita” (Sal 30,6), solida certezza, vera roccia del cuore capace di sfidare tutte le evidenze contrarie della realtà. Se noi potessimo vedere la bontà di Dio, si potrebbe essere lieti in ogni istante, come hanno sperimentato molti santi: una spensieratezza che non ha nulla a che fare con l’ingenuità o la mancanza di realismo, ma che nasce dal fissare lo sguardo su Colui che è “ogni bene, tutto il bene, che solo è buono” (san Francesco). Auguriamoci - con san Paolo - che “tutti vedano la nostra bontà” (cfr. Fil 4,5).

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Ultima modifica ilDomenica, 29 Dicembre 2013 23:24
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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