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La Pazienza

A proposito della virtù indicata dalla parola pazienza occorre prendere atto che siamo vittime di un condizionamento linguistico: questo termine non evoca per noi qualcosa di grande, vivo, bello, ma piuttosto qualcosa di grigio, inapparente, meschino: al limite un’incapacità di agire e di reagire che si colora di impotenza e di rassegnazione.
Guardiamoci attorno: potremmo dire che l’uomo del nostro tempo sa sopportare e attendere? Non sono piuttosto quotidianamente sotto i nostri occhi esempi di intolleranza verso tutto quello che chiede di aspettare, di pazientare appunto? Tutto tende a svolgersi all’insegna della velocità: fare più in fretta e quindi risparmiare tempo è lo scopo - più o meno dichiarato - di soluzioni organizzative d’avanguardia e di ogni nuova tecnologia messa a nostra disposizione dal mercato (e non lasciamoci prendere dalla tentazione pericolosa di chiederci a cosa poi debba servire il tempo così risparmiato, potremmo rischiare amare delusioni). Il tutto-subito di fatto corrisponde all’egocentrismo del desiderio infantile, a un modo di funzionare proprio del principio del piacere, che non ammette attese o rinvii alla soddisfazione dei bisogni: tuttavia esso sembra un’aspirazione di tutti noi... e, ciò che è più grave, sembra oggi avere la possibilità di realizzarsi in molti ambiti della vita, complice la possibilità di illimitata e continua disponibilità di tutti i beni e servizi. Se cerchiamo una parola che descriva bene il nostro atteggiamento, il termine più adatto è forse impazienza.
Un mito indiano racconta del dio Shiva che plasma il mondo in una tempesta di entusiasmo; ma poi quel mondo gli viene a noia, allora lo fa a pezzi e ne fabbrica un altro. E via di questo passo. Potremmo definirlo un dio dell’impazienza! Ma non è difficile riconoscere in questa immagine qualcosa di profondamente nostro.
L’immagine di Dio che ci è comunicata dalla Rivelazione è profondamente diversa: Dio è il grande Paziente, proprio perché Egli è l’Onnipotente e l’infinito Amante. Egli non solo ha fatto il mondo, ma lo tiene e lo porta; il mondo, in quanto finito, non può bastargli: e tuttavia Egli non se ne infastidisce, ma lo mantiene nell’essere, gli resta fedele per sempre. All’uomo Dio ha affidato il mondo perché vi porti a compimento la sua opera: ma l’uomo tanto spesso risponde mettendo in moto solo distruzione e violenza; e tuttavia Dio non lo distrugge... Nel Signore dunque il sì è più forte del no: e questa è una pazienza possibile solo perché per la sua eternità non esiste paura né fretta (pensiamo alla parabola della zizzania di Mt 13). Non solo: la nostra stessa esistenza, esperienza continuamente rinnovata di essere perdonati e spinti a ripartire, testimonia della pazienza di Dio che non si stanca di attenderci. Lo ridice con disarmante efficacia San Francesco nelle Lodi di Dio Altissimo: “Tu sei pazienza”.
Se siamo fatti a sua immagine possiamo esserlo anche in questo: possiamo avere pazienza con gli altri, nel senso di prenderli come sono, di acconsentire, in primo luogo, al loro essere appunto “altri”, cioè diversi da noi. E possiamo aver pazienza con noi stessi: è assai duro a volte rimanere quello che si è, trovarsi a fare i conti sempre con gli stessi difetti e meschinità; ma anche non giustificarci ad ogni costo, non chiamare buono in noi ciò che buono non è, eppure proprio da qui inizia quel lento lavoro su noi stessi che può cambiarci. Chi vuole procedere deve di continuo ricominciare: la pazienza che ricomincia sempre daccapo è il presupposto perché qualcosa realmente si verifichi.
Di cosa dunque è fatta la pazienza? In primo luogo di intelligenza, di un sapere della vita che è saggezza che conosce l’esistenza del tempo e del limite: io sono questo e non altro, la situazione che mi è data è questa e non diversa; le cose stanno come stanno e prima di tutto devo accettarle; ogni reale cambiamento procede con estrema lentezza. Per la pazienza occorre pure molta forza, poiché senza forza essa è pura passività, rassegnazione o abitudine. E occorre amore, un profondo amore per la vita: poichè ciò che è vivo cresce lentamente e ha bisogno di fiducia. La maturità dell’uomo comincia quando egli accetta ciò che è: di qui attinge la forza per cambiare e trasformare le cose.
Siamo da sempre oggetto di una pazienza infinita: sapremo testimoniarlo con gioia al nostro tempo impaziente?

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Ultima modifica ilDomenica, 29 Dicembre 2013 23:37
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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