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'V' come… VERITA'

Parola decisamente impopolare, con la sua pretesa di certezza. Il nostro mondo professa – almeno in apparenza – una sorridente e benevola apertura; tutte le opinioni sono considerate ugualmente rispettabili; sembra dunque che della verità non sia più neppure il caso di parlare. Anzi, nella generale proclamata tolleranza, l’unica intolleranza pare proprio quella che si manifesta nei confronti dell’idea stessa di verità.

Se l’età moderna assegnava alla ragione il compito di formulare su ogni problema “idee chiare e distinte”, ora ogni conoscenza appare come costruzione provvisoria, che non consente di dire come stanno realmente le cose, ma solo di darne interpretazioni parziali e sempre inadeguate.

Si potrebbe parlare di una rinuncia alla verità. Cosa che ha evidenti implicazioni: potrebbe forse contribuire a renderci più umili, più aperti al dialogo, più capaci di metterci nei panni degli altri.

Tuttavia qualche conseguenza sul piano etico lascia almeno perplessi: quando si tratta di valori ognuno si forma da sé le proprie convinzioni e ne risponde alla propria coscienza. Ma funziona davvero? Può darsi che nei decenni scorsi tutto questo ci abbia fatto respirare un senso di libertà; ormai però ne tocchiamo con mano conseguenze e rischi. Se mancano criteri di valore condivisi, in fondo tutte le alternative si equivalgono; “ciò che rimane rischia di essere un informe guazzabuglio di idee, sensazioni, esperienze, stimoli, immagini, in uno scorrere caotico e senza direzione” (G. Savagnone). Anche dialogo e confronto tendono a perdere di significato: la reciproca tolleranza può rivelarsi in effetti indifferenza; improbabile costruire comunità reali basate su valori condivisi, con un profondo e solido senso di appartenenza.

Tale condizione di confusione e di smarrimento, paradossalmente, non solo non produce domande, ma impedisce di formularle. Solo chi cerca trova. E la malattia da cui siamo affetti consiste “ non nell’incapacità di trovare, ma in quella – ben più radicale – di cercare”.

Con sempre maggiore frequenza par di sentire risuonare sulle nostre labbra la domanda (pensosa o leggermente ironica?) che - secondo il vangelo di Giovanni - Ponzio Pilato rivolge a Gesù nel pretorio: “Che cos’è la verità?”.

E noi cristiani? Non facciamoci illusioni: non siamo certo immuni dal clima che abbiamo descritto. Respiriamo la stessa aria e spesso, senza neppure rendercene conto, finiamo per vivere, pensare, sentire nello stesso modo.

E’ vero: siamo alla sequela di Uno che ha avuto l’inaudita pretesa di presentare se stesso – non le proprie idee o parole – come “la Verità”; tuttavia con quanta facilità questa verità vivente, che è una persona e offre e chiede l’impegno di rimanere-nella-relazione, diventa per noi una verità astratta, che non entra in circolo con parole, pensieri e atteggiamenti della vita quotidiana e rimane come sospesa, inefficace? Ci è stato donato l’incontro con Colui che è la Verità per diventare lievito, per fare l’esperienza di una nuova libertà (“la verità vi farà liberi” ha detto il Signore): quante volte anziché accogliere con umiltà e gratitudine questa responsabilità, presumiamo di fare della verità un possesso o uno strumento di autoaffermazione?

Ma c’è di più. Nella persona e nella vicenda stessa di Gesù appare con evidenza come il modo di manifestarsi della verità, nella nostra storia umana intrisa di fragilità e di peccato, è la debolezza. Noi vorremmo una verità trionfante, che si afferma con la sua stessa potenza; vorremmo vedere che la verità vince e partecipare già ora della sua vittoria. Ma l’unico servizio adeguato alla verità è la testimonianza: Ci è data una verità crocifissa e apparentemente sconfitta: la stessa che, dopo venti secoli di cristianesimo, tanti martiri continuano a testimoniare con il dono della vita. Sapremo accoglierla e farle posto nel nostro cuore?

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Ultima modifica ilLunedì, 07 Luglio 2014 00:44
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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