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Vestire

Dimmi come ti vesti…
Che ne siamo consapevoli o no, quando incontriamo qualcuno prestiamo attenzione – tra l’altro – a come è vestito e ne ricaviamo una serie di informazioni o magari di interrogativi. Gli abiti dicono davvero molte cose di chi li indossa! E questo accade anche oggi: benché siano sfumate le differenze di genere (molti capi d’abbigliamento sono indossati da uomini e donne) e benché spesso non sia così facile, almeno in assenza di griffes riconoscibili, cogliere a colpo d’occhio il valore degli abiti, e quindi la ricchezza di chi li indossa.

Siamo davvero circondati da una molteplicità caleidoscopica di stili e di forme che convivono fianco a fianco; solo osservando le vetrine di alcuni tipi di negozio o sfogliando riviste di moda possiamo individuare le tendenze in atto in questo momento: ma saranno comunque orientamenti destinati a mutare nell’arco di tre-sei mesi, perché le esigenze di vendita del mercato globale impongono che nulla si trattenga a lungo nei nostri desideri e nei nostri armadi.

Nell’estrema varietà dei modi di vestire, che pare indicare come sovrano incontestato il gusto personale (“ciò che mi piace”), incontriamo però qualcosa di particolare. Ci sono abiti che indicano precise funzioni: pensiamo alle uniformi militari o alle divise che caratterizzano alcune professioni; ce ne sono altri che identificano uno stato di vita o una identità: è il caso dell’abito dei religiosi o dei paramenti indossati dai ministri del culto durante le azioni liturgiche. Inoltre, negli ultimi decenni, ulteriori elementi di diversificazione nell’abbigliamento hanno fatto la loro comparsa nelle nostre città: incontriamo infatti uomini e donne con abiti di foggia decisamente “altra” per tipo e colore dei tessuti, per forma e modo di coprire il corpo, che non indicano variazioni di gusto, ma parlano di appartenenza a comunità etniche o a fedi religiose.

Il vestito dunque costituisce una sorta di documento di riconoscimento, facilmente percepibile da chiunque. E non è tutto: esso dice anche molte cose di “questa precisa persona”: parla della cura che ha di sé e del valore che attribuisce alla propria immagine e alle impressioni che suscita; allude alla sua disponibilità a conformarsi alle tendenze correnti o alla sua originalità; mostra come si muove nel proprio corpo e nello spazio che immediatamente lo contiene, con rigidità o disinvoltura; parla di precisione meticolosa o di trasandatezza …

Quanti significati per qualcosa che rischiamo di liquidare – con superficialità – come destinato solo a ripararci dal freddo!

Abito: questione di fede?
Tra i significati che l’abbigliamento assume non possiamo trascurare la valenza religiosa. Merita rifletterci, poiché si tratta di una sensibilità che forse stiamo perdendo.

Cosa indossare o perché rinunciare all’abito è un potente simbolo di identità che ha trovato in tutte le religioni un terreno fertile. Comune è la consapevolezza che l’abbigliamento non è un elemento neutro, ma permette di rendere visibile qualcosa del contenuto della fede. Ciò è soprattutto evidente nell’abbigliamento sacro degli specialisti della liturgia: vesti che narrano, curate per essere lette perché contengono tracce riconoscibili del messaggio religioso da trasmettere.

Molto diverso, invece, il significato attribuito al vestito e alla nudità. Per alcune religioni è necessario svestirsi per manifestare meglio il desiderio di ricevere il divino e di annullarsi in esso. E’ il caso dell’induismo o dei “vestiti di cielo”, monaci jainisti che vivono nella foresta e fanno della nudità uno stile di vita: nulla desiderano e posseggono perché la purezza della loro vita impone l’azzeramento dell’io.

Nel buddismo il corpo non viene denudato e il valore simbolico si concentra sul vestito. Quello dei monaci – grezzo, povero, pulito – dice l’appartenenza religiosa e la condivisione con altri dello stesso percorso spirituale.

L’islam in primo luogo esprime la certezza che la nudità priva dell’identità umana: lo schiavo era nudo, mentre l’uomo libero si vestiva; la prostituta scopre il corpo, mentre la donna onorata lo copre di vesti. Cambiare vestito è simbolo di un nuovo stato, di una fase della vita che porta con sé i tratti della novità, di un percorso religioso “altro” rispetto alla quotidianità. E’ il caso del pellegrinaggio, uno dei doveri più santi dell’islam, nel corso del quale i pellegrini maschi indossano un vestito che tende ad annullare le differenze. E’ pure il caso dell’abito della festa o dell’abito nuziale.

E il velo, che tante polemiche – spesso pretestuose – ha suscitato? A differenza di quanto si tende a pensare in occidente, non è tanto strumento di sottomissione maschile della donna: dal Corano si ricava solo il dovere delle donne, a partire dalla pubertà, di vestire secondo decenza e modestia. Su questo si innestano differenti tradizioni, nazionali o locali, che traducono quella prescrizione: dal velo leggero delle donne pachistane, fino al chador iraniano o al burqa afghano. Nell’incontro, non sempre sereno, con la cultura occidentale, che tende a livellare ogni differenza, questi indumenti possono diventare forti marcatori di una identità cui non si intende rinunciare.

Il bisogno di essere “rivestiti”
Per concludere la riflessione sul vestire vogliamo accennare a quello che si trova in proposito nella Sacra Scrittura: ha qualcosa di importante da dirci.

Il racconto della creazione (ai capp. 1-3 del libro della Genesi) annota: “Ora, tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna”. Più avanti, dopo il racconto della disobbedienza, troviamo invece affermato che “si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi”. Sembra che qui la nudità sia vissuta in modo differente a seconda della qualità del rapporto con il Creatore: nel momento in cui cambia la relazione con YHWH, divenuto estraneo, Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi (cioè semplici creature), si vergognano e sentono il bisogno di vestirsi. Al principio tutto respira della bontà della creazione; infranta la relazione fondamentale con il Creatore, anche la relazione con l’altro/a viene percepita come minacciosa, potenzialmente ostile; esporsi nella propria fragilità diventa un problema. Il coprirsi con foglie di fico ha il sapore di un rimedio di emergenza: tutto, pur di non mostrarsi “nudi” agli occhi dell’altro.

E’ interessante fermarsi su questo: il vestito di foglie di fico nasce dal bisogno di nascondersi (Adamo lo dice chiaramente: “Ho udito il tuo passo nel giardino, ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto”). Sarà di nuovo YHWH a procurare un vestito diverso: “il Signore Dio fece loro tuniche di pelle e li vestì”. Il vestito sarà dunque un’altra pelle del corpo, la pelle sociale: avrà il compito di custodire la nudità come espressione dell’unicità della persona, e anche della sua fragilità; unicità e fragilità che solo in un rapporto di intimità e di comunione possono svelarsi e offrirsi, senza paura e senza vergogna proprio in quanto si donano.

Qualche provocazione.

L’evangelista Matteo riporta una domanda interessante di Gesù: “perché siete così ansiosi per il vestire?” (Mt 6,28). Non possiamo cogliervi l’invito a fare anche del vestire un’esperienza di sobrietà e di semplice armonia?

Il vestito si situa sul confine fra l’essere e il mostrarsi. Perde la sua funzione sia quando diventa un tentativo (vano) di nascondere quel che siamo, incluso il nostro limite; sia quando diventa valore in se stesso negando l’interiorità. Se la corporeità non è abitata dall’interiorità rimane unicamente sul registro dell’apparire: si affida all’esteriorità il compito impossibile di riempire il vuoto di essere. E se i vestiti di cui tanto ci preoccupiamo non custodissero nulla?

Nel libro dell’Apocalisse appare una “donna vestita di sole”: è Dio stesso che confeziona per l’umanità redenta un vestito che risplende della pienezza di luce del creato. E per questo si è fatto Bambino “avvolto in poveri panni” e “ha preso la carne della nostra umanità e fragilità”.

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Ultima modifica ilGiovedì, 03 Settembre 2015 09:51
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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