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Casa

Casa, dolce casa

Intercetto un frammento di conversazione fra un adulto e una bimba:

Adesso vai a casa?

Com’è la tua casa? E’ bella?

E’ bella ma non tanto grande… stasera sono nella casa del papà

Oh… allora tu hai più di una casa?

Un’altra sera ero nella casa della mamma…

L’adulto si ferma, intuisce di essere su un terreno sdrucciolevole. Ma in me continuano a risuonare le parole e la realtà che lasciano intravvedere. Mi colpisce il gioco dei genitivi: per l’adulto è normale parlare della tua casa, ma la bimba non usa mai il possessivo mia: parla invece della casa del papà e di quella della mamma. E mi viene da chiedermi, con un po’ di tristezza, se dell’una o dell’altra o di entrambe riesca a dire casa mia/casa nostra. Ma penso pure che in un certo senso – arduo per un’età in cui tutto è ancora concretissimo! – la casa è là dove sono le relazioni che ti costituiscono.

La casa è realtà che appartiene alla fondamentale struttura della vita. Certo molto di più del luogo fisico concreto, delle pareti che offrono protezione e difesa. Lo testimoniano espressioni correnti: tornare a casa, essere a casa, sentirsi a casa, che alludono a una condizione di benessere e di sicurezza, al sentire che un pezzetto di mondo ci appartiene e che noi gli apparteniamo in modo particolare, perché lì possiamo essere semplicemente noi stessi.

Certo, la casa è profondamente mutata nel tempo: è passata da un grande spazio collettivo (pensiamo alla cucina/luogo del desinare nelle case coloniche, al camino come centro/punto di sosta) ad abitazioni suddivise in locali di dimensioni più ridotte e con funzioni sempre più specifiche… fino all’immagine per certi versi paradossale (ma non insolita) di persone che coabitano, ciascuna coi suoi ritmi o davanti al suo televisore o al suo computer, incrociandosi ogni tanto in uno spazio sempre più saturo di oggetti.

Per qualcuno è ancora forte il legame con la casa dove è nato e cresciuto: luogo di storia e di memorie gelosamente custodite; luogo di “radici”, dove si collocano esperienze e legami fondamentali. Per molti di noi, le case che abbiamo abitato scandiscono fasi del nostro ciclo vitale.

Ma stili di vita diversi si affermano, fra questi anche la condizione di chi – “leggero”, con poco bagaglio -si sposta spesso da un luogo all’altro e cambia casa con la facilità con cui altri cambiano abito, trovando casa in un luogo e staccandosene poi con relativa facilità. Chissà se l’esito è sentirsi a casa dovunque o sentirsi sempre altrove?

Per non parlare infine della condizione di chi lascia non solo la casa, ma anche il proprio paese in cerca di condizioni più vivibili: tante persone che ci passano accanto per le quali casa è solo un miraggio o una fitta di nostalgia.

Può essere utile chiedercelo: cosa è per me “casa”?


Albergo, rifugio o luogo ospitale?

Proseguiamo la riflessione sulla casa dando uno sguardo all’uso che ne facciamo, a partire dalla quantità di tempo che vi si trascorre. In molti casi (bambini, giovani, adulti in età lavorativa) è davvero poco: la maggior parte della vita si svolge altrove, e spesso i ritmi e gli orari di ciascuno non coincidono. Si finisce così per incontrarsi di corsa, fra un rientro e una nuova uscita, con la fretta di chi è perennemente in ritardo sui mille appuntamenti di un’agenda troppo piena. E anche le tradizionali occasioni di ritrovarsi insieme, per esempio a condividere il pasto, finiscono per essere riservate a ricorrenze speciali. Qui lo spazio-casa, più che luogo di cura delle relazioni significative, può diventare il contenitore di esistenze condotte in parallelo: e l’analogia con l’albergo è tutt’altro che forzata. Non diversa è la situazione di molte case abitate da singoli, che potrebbero diventare espressioni di una radicale autoreferenzialità. Ci sono però condizioni e fasi della vita (la presenza di un neonato, la malattia, l’anzianità) che dilatano il tempo passato fra le mura domestiche: talvolta purtroppo con senso di costrizione e disagio.

Una seconda dimensione cui prestare attenzione è la percezione dello spazio esterno come anonimo o addirittura pericoloso e ostile: in una società sempre più multietnica e caratterizzata dalla presenza di tanti vissuti come “diversi” non di rado questa percezione di pericolo si accentua. La casa può allora esser vista come rifugio sicuro, spazio di privacy da custodire, luogo di relazioni protettive e rassicuranti, da plasmare a propria immagine e da salvaguardare gelosamente da ogni intrusione. Lo testimoniano con evidenza le accresciute preoccupazioni per la sicurezza: dov’è finita la fiducia reciproca che fino a qualche decennio fa permetteva, in molto luoghi, di non chiudere a chiave cancelli e portoni almeno durante il giorno?

Infine una parola sull’ospitalità: la casa ne è sempre stata, in tutte le culture, il luogo per eccellenza. Accogliere qualcuno in casa propria significa tirarlo fuori dall’estraneità, dall’impersonalità, collocandolo nello spazio dell’intimità personale/familiare. Esperienza umanamente preziosa e ricchissima, tanto per chi ospita quanto per chi è ospitato: chiama in causa le dimensioni della delicatezza, del rispetto, dell’onore da rendersi reciprocamente. Esperienza che però rinvia al “soggetto” che accoglie: non si dà ospitalità se vengono meno l’io/il noi desiderosi di aprirsi alla relazione e di incontrare l’altro nella sua irriducibile alterità. Ne abbiamo ancora la capacità?


Chi fa la casa?

Nell’Antico Testamento, quando si narra la vicenda del re David, con il suo progetto di costruire un tempio al Signore, è riportata una parola che gli viene rivolta dal profeta Natan: “Dice il Signore: Non mi costruirai tu la casa per la mia dimora… Ti annuncio: una casa costruirà a te il Signore” (cfr 1Cr 17,1-14). L’episodio ha un significato preciso nel suo contesto storico: al desiderio di David di costruirgli un tempio, Dio risponde promettendo di dare stabilità alla sua casa, cioè alla sua discendenza. Ma vi possiamo forse cogliere il riferimento a una tensione che è di tutti, anche nostra: possiamo davvero costruire una casa? Siamo capaci di farlo?

C’è in noi un profondo desiderio di casa (trovare casa, sentirsi a casa, essere casa, non solo materialmente ma prima di tutto nelle nostre relazioni) e insieme una radicale incapacità di realizzare tale desiderio con le nostre forze.

Luogo di relazioni che fondano l’identità e custodiscono la vita, spesso la casa tradisce la sua promessa e diventa luogo di malattia, conflitto, violenza, morte.

Questa ambivalenza della casa traspare anche dalle pagine del Vangelo: in una casa viene annunciato e accolto il compimento delle promesse di Dio; in casa Gesù incontra ammalati e morti e li risana; l’incapacità di abitare in una casa è caratteristica dell’indemoniato che Gesù – dopo averlo liberato – rimanderà significativamente “a casa sua” (Mc 5,19); l’incontro con pubblicani e peccatori conosciuti si traduce per Gesù nel gesto – incomprensibile a molti – di recarsi a pranzo a casa loro…

Nel suo condividere la nostra fragile umanità Gesù ha avuto una propria esperienza di casa e ha frequentato le nostre case, godendo dell’ospitalità e toccando con mano ferite e drammi.

Ma si può aggiungere ancora qualcosa: guardando il suo comportamento ci si accorge che il mondo intero è per Gesù “casa”, luogo dove si può riposare anche quando il mare è sconvolto dalla burrascosa violenza delle onde (cfr Mt, 8,23-27).

Che cosa permette a Gesù di vedere il mondo così?

Gesù sente affidabile Colui che nel mondo lo ha posto donandogli la vita: “trova casa ovunque chi si affida al Padre”. Il luogo dove Gesù dimora, dove “rimane”, è la fedeltà di Dio. Gesù abita la casa che è il mondo vedendo in ogni cosa, persona e avvenimento l’opera di Colui che fin dal principio edifica.

Abbiamo bisogno urgente di ritrovare questa casa: perché le nostre case diventino realmente tali.

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Ultima modifica ilVenerdì, 30 Ottobre 2015 09:33
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008

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