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Il tempo

Tempo affannato
Cominciamo le nostre riflessioni occupandoci del contenitore in cui la nostra vita si svolge: viviamo immersi nel tempo. Ma ascoltiamoci: “ci manca il tempo… se avessi più tempo potrei… il tempo non basta mai…”. Basta per accorgerci che il nostro rapporto con il tempo è segnato da un profondo malessere.
Vi percepiamo diverse tonalità: il lamento di chi corre continuamente ritrovandosi in perenne affanno; la presuntuosa (e forse apparente) sicurezza di chi riempie l’agenda di impegni che lo fanno sentire importante; l’attitudine di chi calcola tutto, per cui il tempo è denaro e guai a sprecarne un istante… e altre ancora. Hanno tutte il denominatore comune di un rapporto difficile con il tempo, quasi fosse un abito stretto o una coperta sempre troppo corta.
E’ in atto un processo di accelerazione del tempo: inseguiamo miraggi di sempre maggiore velocità, produttività, efficienza. La parola magica che ci accompagna è subito. Così rischiamo di perdere il senso dei processi vitali e non sappiamo più che ciò che è vivente cresce lentamente; finiamo per vivere tutto “di corsa”, già protesi a quello che ci aspetta e incapaci di prestare davvero attenzione a quanto stiamo vivendo; nella fretta tutto diventa uguale. Giornate e settimane si riempiono di mille cose tutte sullo stesso piano: impossibile affermare un ordine e un criterio di valore là dove si vuole non lasciare indietro nulla, non perdere alcuna occasione, arrivare dappertutto; là dove lo stesso tempo libero si carica di pressioni e di ansie; là dove anche il ritmo naturale giorno/notte è stravolto (e non certo per ragioni di sopravvivenza!).
Sempre più viviamo tutto questo come inevitabile: al punto che trasciniamo anche i bimbi ancor piccoli in ritmi frenetici quanto quelli degli adulti: meglio che imparino subito come dovranno vivere!
Cosa ci suggerisce la Sacra Scrittura?
Di operare un sapiente discernimento del tempo, nella coscienza che è un dono limitato: “insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” (Sal 90,13) e nella certezza che “tutto ha il suo momento e ogni cosa il suo tempo sotto il cielo” (Qo 3,1).
Nella vita di Gesù vediamo realizzarsi la compresenza armonica di tempi diversi: convivialità e solitudine, attività e preghiera, lavoro e riposo. Ci commuove pensarlo che si alza al mattino presto per ritirarsi a pregare; o sentirlo ripetere ai suoi, di ritorno dalle prime fatiche apostoliche, “venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po” (Mc 6,31).
Forse abbiamo bisogno che lo ripeta anche a noi…

Tempo frammentato
Abbiamo parlato dell’attitudine a vivere di fretta. Ma troviamo, attorno a noi e in noi stessi, un’altra tendenza: quella a vivere ogni momento come un frammento isolato, in sé concluso. Si parla di cultura dell’adesso, ed è davvero un modo di concepire e vivere il tempo totalmente inedito. Per l’uomo della società dei consumi (o modernità liquida, come direbbe il sociologo Zygmunt Bauman) il tempo non è né ciclico né lineare: è piuttosto puntiforme, frammentato in una miriade di istanti senza un filo conduttore preciso.
Cosa accade in ciascun istante? Esso può contenere un’occasione unica; può essere portatore di una esperienza nuova e decisiva, di una possibilità mai esplorata, di un nuovo inizio. Qualcosa, insomma, che non possiamo proprio lasciarci sfuggire.
Ma ecco che l’attimo, caricato di attese così grandi, alimenta una continua tensione: è una vera e propria tirannia del momento. Quante più promesse deve contenere, tanto più l’attimo diventa breve, fuggente.
Se ci fermassimo un po’ a riflettere, potremmo scoprire che questa attitudine onnivora non ci lascia più felici, ma spesso solo più insoddisfatti. Però per scoprirlo bisognerebbe fermarsi e pensare: due cose di cui abbiamo sempre più paura. E se nel frattempo ci perdiamo qualcosa?
Vivendo così, amputiamo al presente le due estremità: il legame con il passato – cioè la memoria – e il protendersi costruttivo verso il futuro – il progetto. Siamo malati di amnesia.
Il legame con il passato ha bisogno di tempo, di comunicazioni date e ricevute, di narrazioni condivise: di sentirsi parte di una tradizione vivente. Lo sguardo progettuale richede di avere qualche idea su dove stiamo andando e sul perché e come vogliamo andarci: ma siamo disposti a correre il rischio di farci queste domande? Non pensiamo forse che l’importante è fare comunque qualcosa?
L’interruzione del legame tra l’adesso, ciò che è accaduto prima e ciò che verrà dopo ha già mietuto vittime illustri: familiarità capaci di accompagnare una vita, fedeltà di lunga durata, impegni incondizionati sono ormai realtà in via di estinzione.
Cosa ci dicono i vangeli della vita di Gesù a questo proposito? Ci parlano di un uomo che vive immerso nell’istante presente: non con una modalità possessiva e rapace, ma con gli occhi e il cuore sempre aperti all’incontro; con la volontà precisa di riempire l’istante di dono di sé; con un filo conduttore chiarissimo che dice da dove viene e dove sta andando: “Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34). E se lo sentiamo affermare che “ad ogni giorno basta il suo affanno” (Mt 6,34) è per comunicare la certezza – di cui egli stesso vive- di essere in ogni istante custodito dalla cura provvidente del Padre che è nei cieli.

Parole per vivere il tempo
Desidero infine proporre alcune parole che ci dicono come aver cura della nostra vita riguardo al rapporto con il tempo. Sono parole che appartengono al vocabolario cristiano, ma forse le abbiamo troppo velocemente accantonate come “non attuali”; nascondono invece una sapienza più che mai preziosa.
La prima parola è VIGILANZA e suggerisce una profonda capacità di attenzione. Non è facile essere attenti per noi, travolti da una quantità di stimoli che supera di gran lunga la possibilità di elaborarli. Il primo modo di essere vigilanti è scegliere: non possiamo fare tutto, avere tutto, essere dappertutto. Occorrono criteri per distinguere ciò che è essenziale, o almeno importante, e lasciar perdere ciò che non lo è senza troppi rimpianti. Se riusciremo a fare un po’ di spazio, potremo riscoprire il gusto di prestare attenzione: in primo luogo a noi stessi, ai nostri pensieri, emozioni, desideri autentici; agli altri, cominciando dai più vicini; a ciò che accade e ci interpella; e - perché no? - anche a Dio. Uno sguardo attento partecipa dell’attenzione premurosa del Padre dei cieli per tutta la sua creazione e per ciascuno in particolare.
La seconda parola, PAZIENZA, non evoca per noi qualcosa di grande e vivo, ma piuttosto qualcosa di grigio: quasi una rassegnata incapacità di reagire. Abbiamo sempre più fretta e vogliamo “tutto subito”. Ma spesso non è così, e oltretutto ciò che è vivente si sviluppa con lentezza, attraversando molte incompiutezze. Ecco, pazienza è la capacità di attendere e di sopportare l’inadeguatezza e il carattere deludente degli altri, delle situazioni, spesso di noi stessi. Qui è in gioco anche una precisa indicazione pedagogica: per iniziare alla realtà occorre educare alla pazienza, perché limite e sofferenza fanno parte della vita. Ma quanta impazienza scopriamo in noi e attorno a noi!
La terza parola è PERSEVERANZA: indica la capacità di rimanere saldi, di durare, di dare continuità alle scelte fatte anche quando richiedono fatica e sacrificio. Di non essere, per dirla con il vangelo, “uomini di un momento”. Paradossalmente, l’unico modo per riuscirci è vivere intensamente l’attimo presente, l’oggi: è questo il tempo che ci è dato per metterci in gioco, per fare di noi stessi un dono, per imparare ad amare. Amare è infatti il grande senso del tempo, e possiamo ricominciare a farlo ogni giorno, nonostante l’esperienza di tutte le nostre fragilità e inadempienze. Pronti a ripartire perché sempre di nuovo perdonati.
Da ultimo una provocazione, per me e per voi: può cambiare volto davvero, il nostro tempo, se lo lasciamo attraversare dal filo rosso del RINGRAZIAMENTO per ricordare che è dono da riconsegnare al grande Donatore.

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Ultima modifica ilDomenica, 02 Agosto 2015 13:18
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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