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Il Coraggio

Nella nostra epoca – come forse mai è accaduto –affiorano alla consapevolezza, individuale e collettiva, le tante paure da cui siamo attanagliati: paura di non essere accettati, accolti, amati; paura di non essere adeguati o approvati; paura del futuro; paura delle responsabilità o delle scelte definitive; paura delle malattie, del dolore e della morte…
Però pensarci come pieni di paure non va molto d’accordo con l’immagine un po’ presuntuosa che abbiamo di noi e che dobbiamo difendere ad ogni costo; allora ricorriamo ad una traduzione: chiamiamo ansia la nostra paura e la pensiamo come il sintomo di una malattia da curare, con pillole o altro.
 E’ vero che viviamo in un tempo di trapasso, in cui strutture del vivere consolidate da millenni sembrano disintegrarsi, in cui immensi valori si perdono e spesso senza che si possa vedere che cosa di nuovo vi si sostituirà; è vero che la velocità vertiginosa del cambiamento ci fa sentire con maggiore intensità la precarietà e la fragilità dell’esistenza. Appunto per questo è quanto mai attuale la virtù del coraggio, che possiamo anche chiamare fortezza.
Prima di tutto una precisazione: esiste un coraggio come disposizione naturale, che può assumere diverse forme: quello di chi non ha una sensibilità molto forte né una fantasia molto vivida (e quindi passa imperturbabile in mezzo a situazioni rischiose); quello di chi è sorretto da una solare fiducia nell’esistenza e negli altri; quello di chi si sente interpellato da ogni situazione come una sfida e provocato ad affrontarla. «Tutto ciò – afferma Roamno Guardini – è disposizione naturale: uno ce l’ha o non ce l’ha, ed essa può divenire buona o anche cattiva».
Quello di cui invece intendiamo parlare è un atteggiamento al quale possiamo educarci. Possiamo allora parlare di coraggio con diverse sfumature.
In primo luogo esso è accettazione di sé e della propria esistenza, con il suo intreccio di buono e di cattivo, di fatti lieti e dolorosi, di cose che sorreggono e di altre che pesano e bloccano: un’accoglienza di sé che non sceglie né butta via nulla. Tutto ciò che io sono – come pure l’appartenere ad un’epoca e a una cultura determinata, coi suoi condizionamenti e le sue risorse – non è frutto del caso, ma è opera di Dio: dalla sua mano devo accettare la mia esistenza, viverla e reggere ad essa.
Coraggio è anche uno sguardo aperto sul futuro, un cuore che osa, che accetta ciò che deve venire, vi intravvede il proprio compito e vi si impegna: pensiamo quanto questo c’entri, ad esempio, con la scelta di essere padre e madre, oggi per molti così difficile.
Coraggio è ancora saldezza di fronte al pericolo: anche la difficoltà appartiene alla nostra vita; in ogni situazione c’è la possibilità di crescere in umanità, mentre spesso vogliamo solo risolvere o evitare le cose.
Potremmo poi parlare di un altro coraggio: quello di osare con la volontà di Dio. E questo sia nel senso delle grandi scelte, quelle che definiamo appunto “vocazionali”, sia nelle decisioni più modeste: poiché ogni circostanza, ogni situazione rappresenta un appello, si rivolge a noi chiedendo “Fa’ questo! Non fare quello!”. Coraggio significa allora camminare mano nella mano con Dio (come ricorda Edith Stein) e cercare di seguirlo, nel piccolo e nel grande. E’ una strada che può portare molto lontano… La grande audacia che vediamo nei santi è proprio questa.
E in Dio troviamo qualcosa che assomiglia al coraggio? Possiamo dire che Egli è coraggioso? «Lo fu quando si decise a creare esseri liberi e pose loro in mano il mondo. Ha arrischiato la sua opera nel pericolo d’una simile libertà (…) Lo fu nell’incarnazione, quando accettò un destino nella nostra storia così torbida e confusa». E dunque: in Gesù inerme, indifeso, che accetta tutto ciò che gli arriva dalla volontà di potenza e dall’assenza di scrupoli degli uomini, in Gesù “consegnato” possiamo vedere il coraggio di Dio.
Ultima modifica ilDomenica, 29 Dicembre 2013 23:27
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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