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Il Disinteresse

La parola disinteresse normalmente indica un atteggiamento percepito come negativo, qualcosa di simile all’indifferenza e alla passività. Com’è possibile che la stessa parola indichi una virtù?

Per rispondere, dobbiamo accennare a una domanda su cui da sempre si è acceso il dibattito: “siamo o non siamo liberi?”. Viviamo oggi una contraddizione: da un lato siamo sempre più consenzienti e passivi verso un modo di guardare all’uomo nettamente determinista: l’uomo è il prodotto di una causalità che lo determina totalmente; poco importa che tale causalità sia di tipo biologico, fisico, psicologico, sociale, …: di fatto egli non è libero. Per contro, sul piano dei comportamenti individuali, si fa sempre più forte la rivendicazione della libertà assoluta da ogni tipo di vincolo, così che impegni di lavoro, regole sociali, valori morali e ogni altro tipo di norma viene visto come un’intollerabile costrizione, alla quale – nel migliore dei casi – sottrarsi il più presto possibile.

Abbiamo urgente bisogno di recuperare la certezza della nostra libertà, sia a livello del pensiero sia nell’esperienza che ciascuno fa di sé. Abbiamo bisogno di riscoprire che in noi esiste la libertà. «Io sono libero: non sempre; spesso non del tutto; ma lo sono per principio e come possibilità».

Dopo questa lunga premessa, possiamo fare un’affermazione: solo un essere libero può vivere la virtù del disinteresse; perché solo chi si sperimenta libero scopre che di fronte ad ogni aspetto della realtà può assumere due fondamentali atteggiamenti: può tenere lo sguardo fisso su di sé, sul proprio io, sui suoi obiettivi, paure, preoccupazioni; oppure può portare lo sguardo oltre sé, sul compito che gli sta davanti, sull’appello che la situazione gli reca e sulla responsabilità che questo comporta.

Questo è il paradosso della persona: per trovarsi deve dimenticarsi; per realizzarsi deve perdersi di vista: «quanto più l’uomo cerca se stesso, tanto più sfugge a sé stesso; solo nell’andar via dal proprio io verso il tu, verso l’opera, verso il compito, si desta e fiorisce l’autentico sé». Si può usare il termine autotrascendenza per indicare questa fondamentale caratteristica dell’uomo, questo bisogno di andare oltre sé. Lo sguardo fisso su di sé rende curvi, la preoccupazione dell’impressione rende inautentici. «Essere disinteressato vuol dire concentrarsi sul compito e non pensare al proprio io ». In altre parole, donarsi.

Naturalmente, questo non significa non badare affatto a se stesso: occorre restare disponibili a quelle correzioni che la vita suggerisce; occorre lavorare su di sé. Ma questo lavorio non può occupare tutto il tempo né tutto lo spazio interiore: solo il disinteresse crea intorno e dentro di noi lo spazio della libertà.

Non è necessario soffermarci su quanto poco disinteressato sia il tipo umano che la nostra cultura propone: l’atteggiamento pragmatico e utilitarista va in tutt’altra direzione.

Anche il rapporto con Dio può essere interessato o disinteressato. “Non come voglio io, ma come vuoi tu”: le parole che Gesù pronuncia nel Getsemani esprimono una radicale consegna di sé, che è possibile solo tenendo lo sguardo fisso sull’Altro, della cui volontà solo importa. Del resto, Gesù doveva sapere bene quanto per noi sia difficile non ripiegarci su noi stessi, se così spesso ha ripetuto ai discepoli:“Chi vuol salvare la propria vita, la perde; chi perde la sua vita per me la salva”. Tutte le volte che l’uomo, rispetto a Dio, tiene stretta la propria anima, si verifica una perdita; ma se gliela dona, la trova. Anzi, solo così diventa davvero pienamente se stesso, trova e realizza il proprio volto.

E in un certo senso in Dio stesso troviamo questo atteggiamento di dono disinteressato e serio fino alle estreme conseguenze: il Figlio non ha tenuto ferma la sua identità con violenza, come qualcosa di cui ci si appropria; s.Paolo ci ricorda che Egli “non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo”.

Ultima modifica ilDomenica, 29 Dicembre 2013 23:23
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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