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L'Accettazione

Con la parola accettazione Romano Guardini ci introduce a un atteggiamento che ritiene essere “la premessa di ogni proposito morale veramente efficace: l’accettazione di ciò che è, l’accettazione della realtà tua e delle persone che ti stanno attorno, del tempo in cui vivi”. 

Non è affatto ovvio che noi accettiamo con prontezza di cuore ciò che è: qui non si tratta di un passivo e debole subire tutto, ma di “vedere la verità e disporsi a suo riguardo”, risoluti alla fatica e se necessario alla lotta.

La mentalità in cui siamo immersi non va in questa direzione e non ci aiuta. Perché lo sguardo che sembra appartenerci di più è: ciò che non è adeguato deve essere modificato e, se non è possibile cambiarlo, rifiutato. Siamo così profondamente convinti di questo che l’impossibilità di modificare o anche solo di prevedere con accuratezza certi eventi ci sconvolge e provoca collera. Bisognerebbe fare attenzione al rischio che si cela dietro questa posizione: è facile che 'ciò che non è adeguato' significhi, in realtà, ciò che non mi piace, o che mi scomoda. Si apre così la via all’insofferenza o all’intolleranza vera e propria, oppure a quella continua scontentezza di tutto e di tutti che tante volte cogliamo nei nostri interlocutori (e che magari ci fa chiedere: “Ma se guarda tutto in questo modo, cosa lo spinge ad alzarsi la mattina?”).

L’accettazione comincia da sé: io sono questa persona determinata, con questo temperamento, con queste energie, debolezze, possibilità e limiti. Devo accettare non solo le forze che possiedo, m anche le debolezze; non solo le possibilità, ma anche i limiti... non significa prender per buono tutto, posso e devo lavorare, plasmare e migliorare me stesso, ma anzitutto devo dire di sì a ciò che è, al quadro totale della mia esistenza. Non è semplice: ci vuole coraggio per voler essere realmente quello che si è, convinti che là dietro non sta una sorda necessità di natura o una catena di condizionamenti, ma un’indicazione che viene da una eterna Sapienza.

In secondo luogo occorre accettare la propria situazione esistenziale e storica: le mie vicende personali, la mia famiglia, i rapporti che mi sono stati dati hanno inciso in me tracce indelebili e attive; anche l’epoca storica in cui vivo penetra in me di continuo, con tutte le sue potenzialità e limiti. Si può usare, per indicare tutto questo, una parola che forse suona ai nostri orecchi come espressione di fatalismo: a ciascuno è dato un abbozzo di destino, che non significa un’immutabile necessità (dove andrebbe a finire in questo caso la nostra libertà?), ma una direzione, un orientamento da realizzare. “Accettare il destino significa in fondo accettare se stessi e cimentarsi con se stessi”.

Pensiamo a ciò che accade nella sofferenza e nel dolore (queste inaccettabili condizioni che cerchiamo a tutti i costi di evitare, risolvere o rimuovere): il puro e semplice rifiuto ci fa consumare inutilmente le energie e ci fa perdere il significato che hanno per la nostra vita; se invece riusciamo a eliminare la ribellione, allora il peso si trasforma e sperimentiamo una profonda e nuova libertà interiore.

In definitiva: “auto-accettazione significa che io sono d’accordo di esistere”, e questo può essere un atto da realizzare a grande profondità. Per compierlo occorre sapere da chi accettiamo. Per questo il presupposto più necessario dell’accettazione è che possiamo fidarci dell’amore provvidente e misericordioso di Dio. Per accettare ho bisogno di fidarmi; e per fidarmi ho bisogno di “sapere di che tipo sia l’onnipotente pensiero che si rivolge a me”.

La risposta più convincente a questo interrogativo viene da Dio stesso e la leggiamo nella vicenda di Gesù di Nazareth. “Quando l’eterno Figlio è diventato uomo, lo è diventato realmente, senza difese né privilegi; è diventato vulnerabile da parte di cose e parole, intessuto come noi nella fittissima trama delle relazioni... pronto ad accettare tutto quello che gli sarebbe capitato. Gli uomini gli confezionano il più amaro dei destini, ma esso è la forma che la volontà del Padre ha assunto per lui” e la sua signoria è quell’altissima libertà che vuole ciò che il Padre vuole (cfr. Mc 14, 32-36). La croce è l’immagine che riassume tutto questo... proprio quella croce di cui è diventato per noi così difficile persino parlare.

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Ultima modifica ilDomenica, 29 Dicembre 2013 23:40
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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