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La Giustizia

Un altro termine inflazionato ci conduce a riflettere su una nuova virtù: la parola “giustizia”. Parola logorata dall’uso altisonante e pressoché continuo che ne fa il linguaggio pubblico, con tanta maggiore insistenza quando il dibattito politico sembra svuotarsi del riferimento a contenuti reali e riempirsi di slogan.

Parola logorata anche perché spesso utilizzata come sostantivo per indicare non tanto un valore quanto l’attività giudiziaria, con tutte le sue difficoltà e contraddizioni.

Ma vogliamo cominciare da una frase del vangelo, anzi, da una delle beatitudini: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati». Cos’è questa giustizia di cui qui si dice che la mancanza può essere avvertita come “fame e sete”? Afferma Romano Guardini: «è quell’ordine in cui l’uomo può sussistere come persona, in cui cioè non soltanto esiste ma può essere e diventare se stesso, rendersi attivo e responsabile di ciò che fa, esercitare la propria libertà».

Basta guardarsi attorno per scoprire - dolorosamente - che purtroppo la realtà è molto lontana da questo; la violenza, la menzogna, il sopruso, l’interesse imprimono spesso agli ordinamenti e agli eventi ben altro corso; in tanti casi sembra prevalere l’ingiustizia e chi si sforza di volere e realizzare la giustizia può facilmente sentirsi impotente.

Se vogliamo uscire da questa impotenza paralizzante dobbiamo scendere su un terreno più personale e quotidiano: qui l’esigenza di giustizia assume un’estrema serietà e concretezza. Perché si tratta di dare un po’ di giustizia a coloro con cui abbiamo a che fare.

Quando posso dire di essere giusto? Quando il bisogno dell’altro è sentito come avente uguale diritto del mio proprio bisogno. Ma teniamo davvero in uguale valore gli altri e noi stessi? Un’offesa ci ferisce nello stesso modo se è rivolta a noi o se è compiuta ai danni di un altro? Per onestà dobbiamo rispondere che usiamo quasi sempre due pesi e due misure... «Qui comincia la vera giustizia: quando a casa tua, nel rapporto con gli amici, là dove sei insieme agli altri, a seconda delle tue possibilità, dici, dai e fai ciò a cui ciascuno ha diritto». Siamo lontani dal modo comune di pensare e di giudicare, che ci fa mettere in primo piano sempre il nostro diritto alla felicità e all’auto-realizzazione, sovente a qualunque costo.

Un altro atteggiamento che ha a che fare con la giustizia è quell’atteggiamento su cui torniamo spesso: consentire all’altro il diritto di essere come è, di essere se stesso e perciò diverso da me. Normalmente non lo facciamo affatto, ma esercitiamo piuttosto una continua riserva in cui giocano antipatie e parzialità; così «aggraviamo l’ingiustizia dell’esistenza con l’acuire e l’avvelenare le differenze per mezzo del nostro giudizio e del nostro comportamento». Non permettiamo all’altro di essere ciò che è e non gli consentiamo lo spazio di cui ha bisogno. Ciascuno potrebbe in verità dire a se stesso: “la storia del mondo va come vanno le cose a casa mia”.

Perché è così difficile per noi essere giusti? Se siamo disposti ad abbandonare l’illusione ingenua (anche quando si presenta con le vesti più sofisticate) del progresso necessario, non possiamo fare a meno di riconoscere che «alle radici dell’uomo opera un disordine che ricomincia di continuo, in ogni uomo che nasce». La Rivelazione chiama “peccato originale” questa frattura che ciascuno di noi riscopre in se stesso, dentro la sua stessa tensione al bene.

L’impegno per realizzare nella vita quotidiana il nostro pezzetto di giustizia ha bisogno dell’esperienza della misericordia ricevuta; ha bisogno di radicarsi nella certezza che «solo da Dio, che penetra ogni cosa con il suo sguardo» può essere pienamente saziata la nostra fame e sete di giustizia.

Ultima modifica ilDomenica, 29 Dicembre 2013 23:28
Sr. Giovanna Cereti

Clarissa di Forlì; 20 anni di lavoro come psicologa e psicoterapeuta + attività varie di insegnamento, tra cui quella all'ISSR di Forlì; dal 2000 in monastero, dove ha fatto la professione solenne nel 2008




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