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Il paradiso a portata di mano

Ci sono giorni speciali che, dietro un travestimento credibile e consono alle grigie e fragili tinte umorali di molti di noi, schiudono orizzonti davvero unici ed insperati.

Fatichiamo, non di rado, a riconoscere il valore delle ore e degli attimi che ci sono concessi e alle volte è il puro caso (che per noi cristiani ha un altro nome) a mutare i colori e le sfumature di un quadro che, innanzi ai nostri occhi, fino a poco prima neppure vedevamo.

Giorni fa, dopo aver lavorate le mie canoniche sei ore a scuola, mi recai nei pressi di Villa Pamphili, per prestare servizio qualche ora ad un ragazzo disabile.

La giornata calda e tardo primaverile, tradiva qualche sparuto momento di ombra, forzata da soffici nuvole grigio chiare che di tanto in tanto solcavano il cielo coprendo il sole e rendendo l’afa sopportabile. I colori erano nitidi, così come i riflessi della luce sulle piante e sul verdeggiante contesto che mi avvolgeva. Ero stanco, un po’ insonnolito, e proprio quando mi avvicinai alla piazza, li dove avrei dovuto recarmi dal mio amabile amico, suona un cellulare: la madre del mio utente (con un preavviso di circa 10 minuti) mi comunicò che forse sarebbe stato meglio non passare, poiché il ragazzo si sentiva poco bene.. nulla di serio comunque.

Il primo pensiero che mi colse fu di risentimento; pensai subito, dato che l’ultimo periodo lavorativo era stato molto stressante, che qualora l’avessi saputo un po’ prima sarei potuto tornare a casa per riposare visto che anche il giorno successivo mi attendeva una giornata impegnativa.

Deciso a prendere un mezzo che mi riportasse a casa, fui tuttavia rapito dalla coinvolgente bellezza della natura e dalla fluente contaminazione di riflessi e colori di quel autentico polmone della città, ove sembrava che il tempo scorresse molto più lentamente ed i sensi cogliessero vibrazioni nuove e corroboranti: così i miei programmi per quel pomeriggio cambiarono e decisi di viverlo “a misura d’uomo”, come il mondo sembra sconsigliarci di fare, contorcendoci nel kaos dei ritmi infernali a cui ci vincola.

Ora, per ciò che mi riguardava, tutto il resto poteva attendere. La villa era immensa e bellissima e si udiva il vociare sguaiato ma simpatico di adolescenti che, su immense distese verdi, giocavano con la palla.

Ascoltando il mio animo, nelle sue profondità, e passeggiando per quei verdi viali, lo avvertii come planare e atterrare su una superficie liscia, perfettamente levigata, sopra la quale la mia sensibilità, senza più remore, si incastonava perfettamente; nessuno spigolo, nessun ostacolo che mi inibisse la visuale sull’Infinito.

Tutto era al suo posto, naturalmente, tutto così perfetto e semplice in quel prodigio disvelato, tanto che stendendomi su di uno sterminato prato, tra faggi e ginepri lussureggianti, cominciai ad ascoltare il canto della natura, soave come non mai ed il cinguettio degli uccelli.

Una brezza vivace mi accarezzava il volto, spettinandomi sfrontatamente di tanto in tanto: sollevando il mio viso e portando gli occhi al cielo, quel leggero venticello accarezzava le mie gote, stemperando il calore del sole ancora alto ed ora non così disturbato da nuvole meno inquiete.

Cominciai allora a riflettere sul fatto che era molto che non mi capitava di ascoltare tutto questo: di fermarmi un istante a “respirare”. Ora, quando a tratti il maestrale si intensificava e scompaginava, a non più di quattro metri da me, una pianta di Ulivo, provavo come una sensazione di ristoro, di pace e di sintonia profonda con ciò che mi avvolgeva.

Mezzora prima ero deciso a tornarmene a casa, rischiando di alimentare la fredda routine, mentre ora sentivo che sarei potuto rimanere steso in quella posizione per ore, poiché ogni attimo lo spettacolo era diverso: e così fu. La posizione del Sole, maggiormente inclinata e tendente ad approssimarsi all’orizzonte, avrebbe garantito un tripudio di colori sempre nuovi e trasformati, luci e riflessi crepuscolari, quasi impressionistici a quel fantastico quadro, del quale ero parte integrante e spettatore al contempo.

“Gesù mio, quanto è bello e sottovalutato tutto ciò!” pensai tra me e me e mi venne spontaneo pregare e benedire quel miracolo che mi inglobava, sedando in me ritmi interiori che, per adattarsi al folle gioco del mondo, corrono spesso all’impazzata, senza una meta che non sia fittizia e provvisoria.

L’uomo rincorre ed agogna traguardi ambiziosi e gloriosi ma spesso raggiungendoli non è felice, vuole di più, altro ed alla fine non comprende cosa realmente desideri per placare la sua folle corsa verso il nulla, travestito da “idolo”: perché anche io, così raramente, avevo avuto occhi per tutto questo!?!?

Ciò valeva di più di qualsiasi spettacolo teatrale o cinematografico; molto di più di un concerto del mio gruppo preferito, o della più prestigiosa e legiadra compagnia di ballo che si esibisce con talento e maestria.

Era uno spettacolo senza pari ed era tutto gratuito, come l’amore di Dio.

La sera, tornato a casa, cercai di concentrarmi su quanto fosse importante immortalare momenti come quelli, creando in me una “stanza”, una sorta di album fotografico interiore, contenente tali magnifici affreschi, con annesse le emozioni che ne hanno accompagnato l’incedere, stagliate ed impresse profondamente nelle nostre menti e memorie, tanto da poter essere rispolverate all’occorrenza per fronteggiare quel senso di baratro profondo e fallimento connaturato in noi, parte integrante dell’umana natura, ogni qual volta, malevolo, si riaffaccerà nelle nostre esistenze ad insediare marce radici dentro ciascuno di noi.

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Ultima modifica ilDomenica, 15 Giugno 2014 23:54



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