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Nel mondo alla rovescia

Seduto nella Metro, accingendomi a prelevare il mio blocco notes per catturare i pensieri, la mia attenzione viene distolta e orientata verso un Uomo di mezza età, seduto anch’egli non molto distante.

Già qualche minuto prima, con la coda dell’occhio, l’avevo notato intraprendere un discorso con una signora a lui vicina che sinceramente pensavo già conoscesse.

Sulla metropolitana c’è un via vai continuo, questo si sa: a persone che scendono ne corrispondono altrettante che entrate, se possono, cercano un posto dove accomodarsi. Questo stempiato, robusto tipo, ogni qual volta si trovasse nelle vicinanze una persona che incrociasse il suo sguardo, la salutava gentilmente e per di più (verso coloro che non mostravano nei modi ritrosie) provava ad intavolare conversazioni, con un savoir fair ed una proprietà di linguaggio invidiabili. Notai ben presto che non ero l’unico ad essere attratto da tali umane dinamiche, così come compresi quasi immediatamente che molti degli altri che lo guardavano incrociavano tra loro sguardi maliziosi di chi è pronto ad eleggere, seduta stante, il classico “soggetto di turno”, come se lo sfuggire dalle logiche alienanti che ci imprigionano fin nel nostro subconscio portandoci spesso nella vita quotidiana ad essere puri numeri, fosse un reato sul quale concentrare tutta la propria frustrante crudeltà. Due ragazzi accanto a me ridacchiavano complici, mentre egli gli sorrideva rispettandoli, molto più di come loro facessero con lui.

Pian piano, avvicinandoci al capolinea, la metro si svuotò e rimanemmo in pochi. Il caso volle che ci alzammo quasi contemporaneamente, dovendo scendere entrambi alla stessa fermata. L’uomo mi sorrise e scherzò sul fatto che un viaggio in metro all’ora di punta, da capolinea a capolinea, equivale più o meno a Roma-Firenze in autostrada senza traffico.

Ridemmo insieme e notai nel suo sguardo qualcosa di strano, qualcosa di bello. Non appena scendemmo, le nostre strade non si divisero, per lo meno non immediatamente e camminammo vicini conversando per un altro paio di minuti. Lui d’improvviso, all’altezza delle scale mobili cambio aspetto, mantenendo tuttavia un’aria serena e vagamente comica e mi disse, sfiorandomi appena il braccio come per accarezzarmi amichevolmente: “Vedi qual è il mio eterno problema? Io comprendo che molte persone mi deridono per qualcosa che dovrebbe essere perfettamente naturale, ma questa società ci ha sottratto”… stette un attimo in silenzio e poi riprese... “Prendere una Metro, un Autobus, entrare in un ufficio postale, avendo il desiderio di trattare le persone come tali e non come automi, viene spesso schernito.. salutare chi non si conosce e voler scambiare due parole per rendere la realtà un po’ più umana e vivibile è un atto che spesso genera ilarità”.

Mentre parlava riflettevo su come anche io, che ora lo ascoltavo interessavo, inizialmente avevo nutrito un pregiudizio negativo nei suoi confronti, abituato come sono a mettermi seduto sulla metro ed avere come compagni di viaggio decine e centinaia di “cadaveri” (me compreso), chiusi in se stessi, con lo sguardo perso nel vuoto o su di un freddo ipod.

Giunti in superficie si congedò, sussurrandomi con voce soffusa: “Che Dio ci aiuti!”.

Non compresi e forse e mai comprenderò se il suo era un semplice modo di dire o un attestato di Fede, ma ciò su cui invece rifletto, è il messaggio che trapela da una situazione apparentemente banale come questa: ciò che dovrebbe essere la norma è diventata un’eccezione, in una società che spersonalizza e, illudendoci di abbattere chissà quali frontiere e tabù, ci chiude sempre più in noi stessi, precludendoci la cosa più importante per qualsiasi essere umano: la genuina e spontanea relazione con l’altro.

La bella notizia è che c’è ancora chi la pensa “alla rovescia” e spinge anche gli altri a fare lo stesso, instillando un seme positivo nelle menti ancora pensanti e nei cuori fertili degli uomini.

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Ultima modifica ilLunedì, 02 Giugno 2014 12:52



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