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Quando sono debole, è allora che sono forte

Otto anni fa vissi un esperienza che oggi vorrei condividere con voi, poichè proprio ieri stavo ripensandoci: spero possa rinfrancare qualche animo smarrito e “appeso” ad un esistenza non sempre comprensibile a pieno nelle sue dinamiche e nei suoi piani imperscrutabili.

Mi trovavo in quel periodo a vivere un autentico dramma esistenziale, un uragano senza precedenti che mi aveva investito in pieno lasciando alle sue spalle desolanti macerie. Ero rimasto praticamente solo meno di due anni prima: i miei genitori erano venuti a mancare in modo improvviso, inatteso, senza un preavviso che spesso riteniamo doveroso, ma che frequentemente si dilegua così come la nostra spensieratezza.

Spaesato e ferito, quasi inconsapevolmente, provai a continuare a fare le medesime cose che avevo fatto fino ad allora, ”automatizzato”, nella convinzione che in quel frangente della mia vita, la cosa più sbagliata al mondo che potessi fare fosse fermarmi. Allora lavoravo (come anche ora) nel contesto sociale, fornendo sostegno sia materiale che pedagogico ad un ragazzo diversamente abile, e il caso volle che quell’anno mi venne demandato un ragazzo di un istituto tecnico. Ricordo nitidamente quell’uggioso lunedì mattina di ottobre allorquando mi si presentò innanzi, sostenuto da due stampelle, un ragazzone alto, riccio e con gli occhiali; mi strinse la mano con forza, con calore.

Con il passare dei giorni una sintonia immediata si instaurò tra noi. Era un giovanotto simpatico, ironico, raffinato: avevo come la sensazione di non lavorare quando stavo con lui, nel senso che mi sentivo perfettamente a mio agio e quell’emozione era reciproca e condivisa. Dopo poco più di una settimana mi raccontò la sua personale disgrazia: l'anno prima, uscendo col motorino dalla scuola, l'incuria di un automobilista che non rispettando uno stop, lo prese frontalmente, facendogli fare un volo di alcuni metri, ne condizionò profondamente l'esistenza: stette due mesi in coma con la speranza di una ripresa, ridotta al “lumicino”; poi dopo poco più di 60 giorni l'insperato e miracoloso risveglio avrebbe tuttavia lasciato, da quel punto in poi, segni indelebili. Aveva da allora con se sempre una carrozzella e utilizzava le stampelle solo per fare brevissimi tratti a piedi: i medici erano stati chiari al riguardo e si erano espressi inequivocabilmente riguardo l'estrema difficoltà che in futuro il ragazzo avrebbe avuto nel riprendere a camminare.

Conobbi anche la madre, donna intelligente e brillante che non si dava pace e non voleva abbandonare a nessun costo la speranza che il figlio smentisse ogni parere medico. L'incidente oltretutto aveva anche estremamente rallentato i processi cognitivi del ragazzo che a detta di tutti, prima dell'episodio, era davvero una persona dall'intelligenza e sensibilità superiori. Ciò mi apparve palesemente verosimile dato che, già così come lo conobbi, dopo il misfatto, era una creatura eccezionale, nonostante il rallentamento dovuto all'incidente, raffinato e non comune in sensibilità.

Non dimenticherò mai la sua passione per la musica che ci accomunava, i momenti passati fuori dalla classe a scherzare e ad ascoltarla. Apprezzavo i suoi gusti, mi arricchivo e mi specchiavo talvolta in lui, catturando compiaciuto, elementi comuni, nella forza e nella fragilità. Era un ragazzo già uomo (chissà) forse più di me, rispettato e amato dai compagni di classe e dai professori oltre ogni pietismo o atteggiamento di facciata: non l'avrebbe sopportato e non lo meritava, così come non lo merita nessuno incontri sulla sua strada, ostacoli apparentemente insormontabili.

Col passare dei mesi il mio affetto per lui crebbe, così come la consapevolezza del profondo intimo mondo interiore che lo caratterizzava, spesso dilaniandolo. Un oscuro e subdolo male stava mettendo radici in lui. Fino al giorno prima è tutto normale, anzi fantastico e poi improvvisamente un crollo fragoroso, inabissa ogni tua aspettativa e ogni tuo sogno, ogni legittima speranza legata al futuro. Era molto difficile che potesse di nuovo deambulare e anzi vi era la concreta possibilità che quel suo stato, col tempo, potesse addirittura degenerare. Ricordo chiaramente la disperazione della madre che un giorno si sfogò con me (lontana ovviamente dagli occhi e orecchie del figlio): fui lacerato da quel lancinante dolore di una donna impotente ed esanime, consumata dall'estenuante lotta che da oltre un anno stava ingaggiando col mondo intero: con i medici, per ricevere una sottile speranza di poter rivedere suo figlio “normale”; con lo stesso figlio nel cercare di sostenerlo in una prova di vita durissima. Infine col mondo intero, sentendosi accerchiata, perseguitata, vulnerabile come ovvio per chi vive simili esperienze.

Poi un giorno di primavera, nel quale le margherite e le mimose, da nascenti distese verdeggianti inondano di colori gli sguardi e i sensi degli uomini contaminandoli con inebrianti profumi, il buio in un istante dolcissimo e indimenticabile, diviene fulgore immanente: nel corridoio di quella scuola che col passare dei mesi mi era divenuto familiare, l'ennesima passeggiata con quella creatura speciale, stava per serbarmi un regalo da allora gelosamente custodito nel mio cuore. Era uno di quei giorni nei quali mi rendevo conto come anch'io nel corpo e nella mente, fossi in quel periodo della mia vita estremamente fiacco e fragile.

Ora però quel ragazzo, fermandosi nel punto del corridoio, in cui una grande vetrata affacciava sul giardino del comprensorio, stava per accarezzarmi l'animo con immensa dolcezza: cominciò come mai aveva fatto fino ad allora, manifestandomi le sue emozioni più viscerali e profonde; mi espose la furia cieca e incontrollata che dopo l'incidente lo pervase, rabbia incontrollabile travestita a tratti dal profondo abbattimento nel capire di non poter contare su ciò che fino a poco prima era una certezza indiscussa. Mi confessò quindi con sguardo dolce serioso e appassionato ciò che mai aveva rivelato a nessuno: con un senso di fraterno rispetto cominciò a raccontarmi di come un “tarlo” fisso e sempre più pressante, avesse iniziato a permearlo inoltrando in ogni meandro della sua coscienza, un profondo abbandono; tale “tarlo” ha un nome, è il pensiero di morte, il suicidio.

Un brivido mi percorse la schiena poiché quella parola aveva sempre ingenerato in me un profondo malessere interiore. É un germe di morte che esautora ogni riserva, ogni barlume di vigore e combattività, fino a sfinirti, radicando i suoi germi mortiferi in profondità, nel buio dell'abisso. Lo aveva a lungo pensato, più che pensato, ma con sguardo rasserenato mi confortò e mi stupì al contempo: affermò che l'avermi conosciuto ad inizio anno scolastico ed aver creato un rapporto così bello con me l'aveva dissuaso da quella tormentosa e ossessiva idea che aveva perso vigore, sfibrandosi progressivamente.

Compresi ben presto che ero stato in quel caso, strumento inconsapevole nelle mani di Cristo, ma tuttavia faticai a capacitarmi di ciò. Ero un “cadavere”, un “rudere” in quei mesi, in quel triste periodo della mia vita, vessato dal dolore del lutto e in permanente difficoltà esistenziale. Dopo la morte di mia madre, mi ero per giunta allontanato dalla vita cristiana attiva, per una sorta di ribellione interiore. Come fosse stato possibile che un uomo così ferito, addolorato e trafitto nel profondo avesse potuto diffondere in un altra creatura, nuova linfa vitale, tanto da allontanarlo da un baratro senza fine, io tutt'ora faccio fatica a capirlo. So però che quella giornata rimarrà impressa nella mia memoria come una pietra miliare e salvifica di una rivelazione potente, fervida e feconda di significati. Proprio io, che da una vita mi ero spesso sottovalutato, nutrendo la perenne percezione di non essere in grado e all'altezza, avevo ricevuto e fatto quel dono!

Cristo, facendo leva sulla mia fragilità più grande (la poca autostima), mi aveva consegnato le chiavi di un animo vessato e inerme, aveva dato un opportunità salvifica proprio a me e per di più in quel momento della mia vita in cui sentivo di essere una perfetta e deplorevole nullità: mi aveva concesso di disinfettare ferite laceranti con null'altro che la mia fragile povertà.

Rifletto tutt'ora con negli occhi quei momenti, su come le dinamiche del mondo e quelle di Cristo siano spesso diametralmente opposte. In quante occasioni, ingannati e raggirati miseramente crediamo che per agire e vivere a pieno dobbiamo essere perfetti, forti, al “top”. Quante volte per modificare la realtà che ci circonda, pretendiamo rassicurazioni benevoli e seducenti. Ci lasciamo cadere così raramente rischiando davvero, (e sempre supportati da confortevoli paracaduti con sotto morbidi materassi capaci di attutire qualsiasi colpo).

Compresi in pochi istanti come le infinite sovrastrutture che creiamo sopra e sotto le nostre teste, sono null'altro che la risultante della nostra scarsa fede. Sovrastimandoci o sottostimandoci perdiamo di vista la nostra reale natura: siamo strumenti di amore e di salvezza, solo abbandonandoci a chi ci ama; meravigliosamente fragili e luminosi.

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Ultima modifica ilLunedì, 21 Luglio 2014 09:18
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